Adriano Bruni

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Secondo una recente ricerca, in caso di attacco cardiaco, i pazienti ottengono un trattamento di riperfusione più rapido se vivono in stati che consentono agli equipaggi medici di emergenza di non recarsi presso ospedali che non offrono trattamenti specializzati, ma di rivolgersi direttamente a quelli che lo fanno, anche se più lontani.

I risultati forniscono prove convincenti del fatto che sono necessarie politiche a livello nazionale che consentano ai servizi medici di emergenza di portare i pazienti direttamente ai centri con possibilità di effettuare un intervento coronarico percutaneo (PCI).


Le linee guida della American Heart Association e dell'American College of Cardiology indicano che i pazienti dovrebbero ricevere una riperfusione entro 90 minuti dal primo contatto medico se vengono portati direttamente in un ospedale dove l'intervento è possibile oppure entro 120 minuti se devono essere trasferiti da un centro dove non è possibile effettuarlo.

I ricercatori hanno analizzato i tempi di intervento su pazienti in 379 ospedali in 12 stati, sei con politiche che permetto di bypassare un ospedale non specializzato e sei senza.

Ebbene, negli stati con politiche di bypass, il 57% dei pazienti è stato sottoposto a intervento coronarico percutaneo entro 90 minuti o meno dal primo contatto medico e l'82% entro 120 minuti o meno. Negli stati che non avevano politiche di bypass, invece, il 45% delle persone ha ricevuto un intervento coronarico percutaneo entro 90 minuti o meno e il 77% entro 120 minuti o meno.

Una politica che migliori l'accesso a cure tempestive dei pazienti potrebbe avere un impatto significativo a livello di popolazione.


Un editoriale di accompagnamento osserva che la somministrazione tempestiva di cure adeguate ai pazienti con infarto è complessa e presenta molte sfaccettature uniche.

La presente analisi dimostra che consentire ai soccorritori di bypassare ospedali meno specializzati in favore di ospedali dove viene effettuato un intervento coronarico percutaneo può ridurre significativamente il tempo necessario per la terapia di riperfusione.

 

La teoria della mentalizzazione è la capacità di considerare il comportamento altrui come frutto di stati mentali simili ai propri.

Quello che ci fa dare una spiegazione alle azioni degli altri e ci aiuta, in qualche misura, a prevederle.

Una caratteristica che rende possibile la convivenza in un contesto sociale.

La capacità di mentalizzare viene acquisita nel corso dei primi anni di vita.

Una relazione di attaccamento sicuro fornisce al bambino il contesto ideale per esplorare la mente del genitore, mentre, al contrario, la capacità di mentalizzazione potrà risultare inadeguata se il piccolo sperimenta esperienze di attaccamento in contesto disturbato, se non viene accudito o se viene maltrattato.

In questo caso c’è una predisposizione allo sviluppo di un disturbo di personalità.

Tutto incomincia durante l’infanzia, momento fondamentale per la crescita di ogni individuo.

Anche gli anni dell’adolescenza sono cruciali per costruire l’equilibrio psichico di una persona.

Sono due i periodi in cui nel cervello si sviluppano le connessioni neuronali, dalla nascita ai 5 anni e dagli 11 ai 16, se un adolescente si droga o si dedica al gioco d’azzardo e, da adulto, avrà una maggiore propensione a sviluppare una dipendenza.

Per dare forza agli adolescenti e prepararli alla vita è fondamentale che i genitori insegnino loro ad essere vigili ed a capire di chi fidarsi.

Se un bambino sa di chi fidarsi è sicuro, mentre nel caso contrario assumerà una rappresentazione inadeguata della propria persona.

Però anche una singola relazione di attaccamento sicuro con una figura significativa al di fuori della famiglia, ad esempio a scuola, può essere sufficiente all’emergere di processi riflessivi efficaci per il suo futuro. La psicoterapia, che utilizza le tecniche di mentalizzazione, aiuta persone che da ragazzi non hanno ricevuto l’accudimento necessario per crescere bene.

La terapia cerca di rinforzare la capacità del paziente di riconoscere ed apprezzare i sentimenti e le emozioni delle altre persone, costruisce quell’empatia che è importante per vivere in un contesto sociale. Proprio quella fiducia verso il prossimo che manca alle persone che soffrono di disturbi psichici. La capacità di cambiare ed imparare nuove cose porta alla guarigione.

Dopo una infanzia fatta di maltrattamenti, un ragazzino deve staccarsi dalla famiglia d’origine. Dimenticare quello che è accaduto e pensare al suo futuro. Solo così può riconciliarsi con il proprio passato e riuscire a voltare pagina.       

 

 

 

tà. Tutto incomincia durante l’infanzia, momento fondamentale per la crescita di ogni individuo. Anche gli anni dell’adolescenza sono cruciali per costruire l’equilibrio psichico di una persona. Sono due i periodi in cui nel cervello si sviluppano le connessioni neuronali, dalla nascita ai 5 anni e dagli 11 ai 16, se un adolescente si droga o si dedica al gioco d’azzardo e, da adulto, avrà una maggiore propensione a sviluppare una dipendenza. Per dare forza agli adolescenti e prepararli alla vita è fondamentale che i genitori insegnino loro ad essere vigili ed a capire di chi fidarsi. Se un bambino sa di chi fidarsi è sicuro, mentre nel caso contrario assumerà una rappresentazione inadeguata della propria persona. Però anche una singola relazione di attaccamento sicuro con una figura significativa al di fuori della famiglia, ad esempio a scuola, può essere sufficiente all’emergere di processi riflessivi efficaci per il suo futuro. La psicoterapia, che utilizza le tecniche di mentalizzazione, aiuta persone che da ragazzi non hanno ricevuto l’accudimento necessario per crescere bene. La terapia cerca di rinforzare la capacità del paziente di riconoscere ed apprezzare i sentimenti e le emozioni delle altre persone, costruisce quell’empatia che è importante per vivere in un contesto sociale. Proprio quella fiducia verso il prossimo che manca alle persone che soffrono di disturbi psichici. La capacità di cambiare ed imparare nuove cose porta alla guarigione. Dopo una infanzia fatta di maltrattamenti, un ragazzino deve staccarsi dalla famiglia d’origine. Dimenticare quello che è accaduto e pensare al suo futuro. Solo così può riconciliarsi con il proprio passato e riuscire a voltare pagina.       

 

 

 

Un documento dell'American Heart Association pubblicato su Circulation analizza le lacune nella formazione dei medici in termini di alimentazione, proponendo modifiche nell'insegnamento medico universitario e post-laurea per migliorare l'educazione nutrizionale.

Nonostante i medici siano disposti a educare i loro pazienti a un'alimentazione sana e siano considerati fonti credibili di informazioni sulla dieta, il coinvolgimento in un percorso di informazione alimentare avviene a tassi inferiori a quanto ci si attende, anche a causa di una insufficiente formazione professionale, ricordando che la National Academy of Sciences raccomanda per gli studenti universitari di medicina un minimo di 25 ore di lezione dedicate all'educazione nutrizionale.

Tuttavia, un sondaggio del 2013 rileva che il 71% delle scuole di medicina fornisce meno delle ore raccomandate e il 36% addirittura meno della metà.

Numerosi studi dimostrano che l'aderenza a un modello dietetico sano non solo riduce il rischio di eventi cardiovascolari aterosclerotici(ASCVD), ma può migliorare in modo significativo la salute di cuore e vasi a livello di popolazione e spiegano che i principali obiettivi dei documenti sono quelli di suggerire modifiche per integrare la nutrizione clinica in tutti i corsi di formazione medica universitaria e post laurea, fornendo i necessari criteri di valutazione delle conoscenze e delle competenze nutrizionali dei futuri medici e specialisti e delineando le attività di educazione medica continua».


La nutrizione è una scienza dinamica con conoscenze in rapida evoluzione che richiedono un continuo aggiornamento.

Il documento pubblicato dall’ AHA ha lo scopo di ampliare le conoscenze e le competenze nutrizionali non solo di studenti e tirocinanti, ma anche dei direttori di programma e dei docenti delle scuole di medicina».

Domenica, 06 Maggio 2018 20:47

EMICRANIA: PATOLOGIA MULTIFATTORIALE

L'emicrania è una patologia neurologica caratterizzata da cefalee penetranti che colpisce un lato della testa (monolaterale):

il dolore è  situato principalmente alle tempie e nella zona intorno all'occhio.

Colpisce tre volte più le donne rispetto agli uomini ed è prevalente tra i 25 e i 45 anni.


L'emicrania si presenta tipicamente in individui con una predisposizione genetica ed è aggravata da specifici fattori ambientali scatenanti.

I sintomi associati comprendono nausea, vomito, ipersensibilità alla luce (fotofobia) e ipersensibilità ai suoni (fonofobia).

Generalmente il dolore cefalico si acutizza con l'attività fisica.


La letteratura riguardante la fisiopatologia dell'emicrania, ritiene che il disturbo sia di origine neurovascolare come dimostrato dal coinvolgimento di strutture anatomiche vascolari craniche.

L'alterazione neurovascolare comprende tre domini: il dominio neurale (ipereccitabilità neuronale), il dominio vascolare (costrizione intracranica e vasodilatazione) e un dominio nocicettivo (attivazione di strutture trigeminali e rilascio di mediatori neuropeptidici).


Studi biochimici, genetici e farmacologici hanno indagato la potenziale disfunzione dei neurotrasmettitori nella suscettibilità all'emicrania.

Il coinvolgimento della serotonina nell'emicrania è noto da molti anni in seguito al riscontro di un aumento dell'acido 5-idrossiindolacetico (5-HIAA), il principale metabolita della serotonina, presente nelle urine di alcuni pazienti durante gli attacchi di emicrania (osservazione avvenuta nello studio di Sicuteri nel 1961 "Biochemical investigations in headache: increase in hydroxyindoleactic acid excretion during migraine attacks").

L'osservazione di Sicuteri orientò l'attenzione dei successivi studi sulle anomalie genetiche del sistema serotoninergico.

Gli studi che seguirono fornirono dati riguardanti il coinvolgimento della serotonina; in particolare che l'emicrania sia un disturbo poligenico come riportato in una metanalisi che ha coinvolto tanti individui.

I triptani sono i farmaci attualmente più efficaci nel trattamento dell'emicrania.

I triptani amplificano il segnale della serotonina stimolando i recettori serotoninergici situati nei vasi sanguigni cranici e nelle terminazioni nervose e alleviano il dolore costringendo i vasi sanguigni e inibendo il rilascio di peptidi, incluso CGRP (Calcitonin Gene Related Peptide), della sostanza P, oltre ad agire in altri modi non ancora noti.

L'emicrania è quindi una patologia con una suscettibilità genetica che può slatentizzarsi o aggravarsi a causa di fattori ambientali.

L'elenco dei cibi implicati nella precipitazione degli attacchi di emicrania è molto esteso. Alcuni degli alimenti scatenanti più frequentemente citati in questa categoria includono: cioccolato, formaggio, noci, agrumi, carni lavorate, glutammato monosodico, aspartame, cibi grassi, caffè e bevande alcoliche, in particolare vino rosso e birra.

E’ importante tenere presente che i meccanismi attraverso i quali gli alimenti sopraindicati possono scatenare un attacco di emicrania rimangono in gran parte sconosciuti.

In base a studi retrospettivi, l'alcol, e in particolare il vino rosso, è stato segnalato come fattore "trigger" di emicrania.

L'associazione tra emicrania e luce presenta una maggiore solidità scientifica.

L'esempio più evidente è la fotofobia, che è un elemento comune della sindrome clinica dell'emicrania.

Per chiarire la complessa relazione tra luce ed emicrania, la ricerca si è concentrata sul chiarire se gli emicranici sono anche più sensibili alla luce rispetto alle persone di controllo sane, se la luce può scatenare attacchi di emicrania e se la durata dell'esposizione alla luce solare e la sua variazione stagionale ha alche influenza sulla frequenza di attacco.

L'evidenza clinica indica che gli emicranici non sono solo più sensibili alla luce, ma l'esposizione alla luce sembra contribuire all'innesco degli attacchi di emicrania e che una maggiore frequenza degli attacchi cefalici è rilevata all'aumentare della durata dell'esposizione giornaliera alla luce.

Tuttavia l'innesco provocato dalla luce interessa solo un sottogruppo di emicranici.

Analogamente a quanto accade con la luce, la sensibilità agli odori o l'osmofobia, è un sintomo comune durante l'attacco di emicrania.

In uno recente studio si è rilevato che gli odori, in particolare i profumi, il fumo di sigaretta e i prodotti per la pulizia, sono stati il secondo trigger più frequentemente segnalato, il primo fattore si rilevò lo stress.

Uno studio recente suggerisce un'interazione tra l'elaborazione olfattiva e il sistema nocicettivo trigemino che è alla base degli attacchi emicranici.

Queste osservazioni supportano ulteriormente l'idea che diversi fattori scatenanti possono suscitare attacchi di emicrania attraverso meccanismi distinti, che si fondono in un percorso comune che porta al quadro clinico ben definito dell'emicrania.


Una recente review suggerisce una maggiore frequenza di disturbi gastrointestinali in pazienti con emicrania rispetto alla popolazione generale.

Infezione da Helicobacter Pylori, sindrome dell'intestino irritabile, gastroparesi, disordini epatobiliari, celiachia e alterazioni nel microbiota sono stati collegati alla comparsa di emicrania.

Diversi meccanismi che coinvolgono l'asse intestinale-cervello sono stati postulati per spiegare queste associazioni: una risposta infiammatoria cronica innescata da mediatori infiammatori e vasoattivi che passano nel sistema circolatorio, disfunzione nella modulazione del microbiota intestinale, anomalie dell'ambiente immunologico-enterico e alterazione del sistema nervoso autonomo ed enterico.

 

Martedì, 01 Maggio 2018 19:32

RM CARDIACA SMASCHERA ANGINA MICROVASCOLARE

Alcune recenti ricerche hanno apportato solide evidenze secondo cui la RM cardiaca possa rilevare in modo non invasivo ed accurato le ostruzioni coronariche microvascolari nei pazienti con angina.

Uno studio ha identificato alla RM perfusionale sotto stress con gadolinio due soglie diagnostiche per queste disfunzioni correlate ad un elevato indice di resistenza microcircolatoria (IMR) agli esami standard invasivi per la valutazione della limitazione al flusso.

Un altro studio, invece, ha fornito la prima convalida prospettica per la mappatura T1 sotto stress senza agenti da contrasto rispetto agli esami invasivi per il rilevamento delle coronaropatie epicardiche ostruttive e delle disfunzioni coronariche microvascolari.

Questo nuovo biomarcatore non invasivo offre il potenziale unico di rilevare e distinguere queste due disfunzioni con un’eccellente riproducibilità.

Più della metà dei pazienti con angina presentano coronarie non ostruite all’angiografia invasiva.

La capacità della mappatura T1 sotto stress, di diagnosticare e distinguere non invasivamente coronaropatie epicardiche e microvascolari rappresenta un progresso fondamentale per i pazienti con disfunzioni microvascolari che spesso vengono rassicurati sul fatto che non presentino coronaropatie significative o vengono trattati empiricamente con farmaci antianginosi ma vanno incontro a riduzioni della qualità della vita e prognosi a lungo termine negativa.

Secondo gli esperti, la popolazione a rischio di patologie microvascolari o altri problemi che la semplice angiografia coronarica potrebbe non rilevare non è ristretta, dato che alcune ricerche indicano che soltanto il 40% delle persone sottoposte a cateterizzazione cardiaca elettiva negli USA presenta ostruzioni coronariche.

La tecnica proposta comunque necessita di test più ampi sulla popolazione reale.

E’ sicuramente un buon inizio, visto che è una indagine non invasiva e permette di identificare patologie microvascolari che con la semplice angiografia coronarica sfuggono.

 

Giovedì, 12 Aprile 2018 09:15

ALLATTAMENTO MATERNO E SINTOMI RESPIRATORI

Analisi dei fattori di rischio per sintomi respiratori della prima infanzia e benefici dell'allattamento materno.


Le infezioni respiratorie acute rappresentano le principali cause di morbilità e ospedalizzazione pediatrica; molti i fattori di rischio, ereditari, perinatali, materni e ambientali, sono noti per aumentare il rischio di malattie respiratorie nel primo anno di vita.

I vantaggi dell’allattamento al seno sono ben conosciuti da sempre, il latte materno, infatti, contiene sostanze che favoriscono lo sviluppo di tolleranza immunologica e potenziano le difese immunitarie del bambino.

In questo studio prospettico sono stati analizzati, in bambini sani, gli effetti dei singoli fattori di rischio, età, sesso, ereditarietà, storia prenatale, perinatale e ambientale, sui sintomi respiratori nel primo anno di vita, in relazione al tipo di allattamento.

Lo studio propone un approccio innovativo intervistando i pazienti ogni settimana per 27 settimane, ottenendo quindi un aggiornamento costante sull’ alimentazione del bambino, sui sintomi respiratori e i fattori di rischio, eliminando in questo modo molti elementi confondenti.

I risultati ottenuti evidenziano l’associazione fra fattori di rischio come il sesso, l’età, l’età gestazionale, il parto cesareo, l’esposizione al fumo in gravidanza, e l’aumento dei sintomi respiratori nel primo anno di vita.

In questi bambini l’allattamento al seno rappresenta un fattore protettivo soprattutto nei primi sei mesi, riducendo la suscettibilità alle infezioni virali.

Al contrario, nei bambini allattati al seno non sono emerse correlazioni fra sintomi respiratori e storia di atopia materna o esposizione al PM10.

Tra le possibili ipotesi sul meccanismo comune protettivo presente nel latte materno, particolare interesse viene rivolto a specifici fattori bioattivi che possono fra i vari effetti, non solo garantire all’ ospite adeguate difese passive contro le infezioni, ma anche modulare in modo attivo la risposta immunitaria e modificare in modo favorevole la flora batterica intestinale.

La conferma dei risultati riportati potrà avere un impatto importante sulla politica sanitaria.

 

Una recente revisione degli studi condotti a riguardo, effettuata da ricercatori americani suggerisce che l’allenamento del cuore e del sistema vascolare può aiutare a rallentare il declino della funzione cognitiva cerebrale nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer.


I ricercatori hanno preso in considerazione alcuni studi che hanno esaminato gli effetti dell’attività fisica sulle capacità cognitive in persone a rischio o con diagnosi di malattia di Alzheimer.

Poco più della metà dei soggetti ha partecipato a un programma di esercizi aerobici o a un programma aerobico più un intervento di allenamento di resistenza.

Il resto dei partecipanti, invece, ha ricevuto solo le tradizionali cure.


Gli esercizi aerobici comprendevano camminata veloce, jogging, nuoto, ciclismo e altre attività che aumentano la frequenza cardiaca e rafforzano il cuore e i polmoni.

In media, i partecipanti si sono allenati 3,5 giorni alla settimana ad intensità moderata, ciascuna sessione è stata della durata di 30-60 minuti.

I risultati hanno chiaramente evidenziato che l’esercizio, in particolare, l’esercizio cardiovascolare – ha avuto un forte impatto favorevole.

Si è riscontrato un aumento statisticamente significativo della funzione cognitiva che ha favorito soprattutto i gruppi che sono stati sottoposti a interventi di esercizio fisico rispetto ai gruppi di controllo che hanno seguito alcuna attività fisica.

Ad esempio, tra le persone con analoghi punteggi dei test cognitivi all’inizio dello studio, i soggetti del gruppo sottoposto ad esercizi hanno ottenuto punteggi più alti nei test di funzionalità cognitiva rispetto al 69% dei pazienti nel gruppo di controllo che non si era sottoposto a sessioni di allenamento.

La funzione cognitiva è stata più comunemente valutata utilizzando il Mini-Mental State Exam (Mmse), ma sono stati utilizzati anche altri strumenti validati.

Gli strumenti valutano aspetti come la risoluzione dei problemi e la velocità di elaborazione, l’abilità motoria, le capacità multi-tasking e il ricordo degli eventi, così come il riconoscimento degli oggetti e la capacità di pianificare, che sono essenziali per misurare la lucidità mentale.


L’effetto positivo dell’esercizio non è stata l’unica evidenza rilevata.

Si è scoperto che la funzione cerebrale è migliorata, ma nel gruppo che non ha effettuato il programma di esercizio fisico, c’è stato effettivamente un deterioramento.

Questo deterioramento era imprevisto e mette ancora di più in risalto l’importanza della scoperta.


L’esercizio fisico può cambiare la chimica del cervello.

Può cambiare i neurotrasmettitori associati a depressione, ansia e stress e le sostanze chimiche del cervello associate all’ apprendimento.

Questi cambiamenti possono portare a un miglioramento dell’umore, a una maggiore resistenza allo stress e a potenziare le funzioni del cervello come la velocità di elaborazione, l’attenzione, la memoria a breve termine e la flessibilità cognitiva.

Ad oggi, le evidenze supportano l’esercizio aerobico come modalità preferita per la malattia di Alzheimer.

La malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD) rimane una delle principali cause di morbilità, mortalità e costo per i sistemi sanitari in tutto il mondo.

Dagli anni '90, molti studi randomizzati e controllati sulla terapia con statine hanno dimostrato l'efficacia e la sicurezza delle statine per entrambe la prevenzione primaria e secondaria di ASCVD.

Quindi, la terapia con statine costituisce ora la pietra angolare di tutte le principali linee guida di prevenzione ASCVD e le statine sono diventate la classe di farmaci più comunemente prescritta negli Stati Uniti ed in Europa.


Dal 2013, cinque organizzazioni hanno pubblicato importanti linee guida o dichiarazioni sulle statine per la prevenzione primaria di ASCVD: l'American College of Cardiology /American Heart Association (ACC/AHA) nel 2013 (1); l'Istituto Nazionale del Regno Unito per Health and Care Excellence (NICE) nel 2014 (2); e nel 2016, la Canadian Cardiovascular Society (CCS) (3), la Task Force dei servizi preventivi per gli Stati Uniti (USPSTF) (4), e la Società europea di cardiologia / Società europea per l'aterosclerosi (ESC/EAS) (5).


Nonostante questi documenti siano fondati sulla stessa evidenza, le 5 linee guida presentano sostanziali differenze, tra cui il modello di predizione raccomandato per ASCVD, la soglia di rischio e del colesterolo lipoproteico a bassa densità (LDL-C), punto di partenza per l'assegnazione dell'uso di statine.


1. In breve, le linee guida dell'ACC/AHA raccomandano la terapia con statine per persone asintomatiche di età compresa tra 40 e 75 anni con un livello di LDL-C di almeno 4,9 mmol/L (190 mg/dL), diabete o una stima di rischio a 10 anni per qualsiasi ASCVD di almeno il 7,5% utilizzando per la previsione delle equazioni di gruppo (PCE) per quelli con livelli di LDL-C di almeno 1,8 mmol/L (70 mg/dL).


2. Le linee guida NICE, UK, raccomandano la terapia con statine per persone asintomatiche di età pari o superiore a 40 anni con un rischio a 10 anni per ogni ASCVD di almeno il 10% stimato utilizzando il modello di previsione QRISK2 o per i pazienti con malattia renale cronica non dialitica.


3. Le linee guida CCS raccomandano la terapia con statine per persone asintomatiche di età compresa tra 40 e 75 anni con un rischio di 10 anni per ogni ASCVD di almeno il 20% stimato con lo score di Framingham o con un rischio di 10 anni per qualsiasi ASCVD di almeno il 10% ma meno del 20% combinato con ulteriori fattori. Inoltre, la linea guida CCS raccomanda le statine per persone con diabete o malattia renale croniche (età ≥50 anni).


4. Le linee guida USPSTF raccomandano la terapia con statine per soggetti asintomatici di età compresa tra 40 e 75 anni che hanno 1 o più fattori di rischio ASCVD e rischio di almeno il 10% stimato a 10 anni per qualsiasi ASCVD, utilizzando le PCE come le linee guida ACC/AHA.


5. Le linee guida ESC/EAS raccomandano la terapia con statine basata sul rischio per persone asintomatiche di età compresa tra 40 e 65 anni (età della valutazione sistematica del rischio coronarico [SCORE]) con un livello di LDL-C di almeno 2,5 mmol/L (97 mg/dL) in combinazione con un rischio a 10 anni per ASCVD fatale di almeno il 10% stimato utilizzando il punteggio SCORE, o per quelli con un livello di LDL-C di almeno 4.0 mmol/L (155 mg/dl) combinato con un rischio di 10 anni per ASCVD fatale di almeno il 5% ma inferiore al 10% Per le persone di età pari ai 65 anni o più giovani come quelli più vecchi di 65 anni, si raccomanda la terapia con statine per persone asintomatiche con familiarità di ipercolesterolemia (livello LDL-C ≥6,0 mmol/L [232 mg/dL] o livello di colesterolo totale ≥8,0 mmol/L [309 mg/dl]), malattia renale cronica non dialisi-dipendente, o diabete1.


Il confronto testa a testa di queste cinque linee guida è stato effettuato con uno studio di una coorte contemporanea di 45 750 soggetti selezionati dalla popolazione generale, aveva un'età compresa tra i 40 ei 75 anni, era priva di ASCVD, non aveva usato statine al basale.


Sono stati valutati i partecipanti eleggibili all’uso di statine secondo ciascuna linea guida e il numero stimato di eventi ASCVD che le statine avrebbero potuto prevenire in prevenzione primaria.


Il punto di forza dello studio è che i risultati provengono da uno studio contemporaneo, basato sulla popolazione, con una grande coorte e con un follow-up al 100%.

Inoltre, gli eventi ASCVD sono stati opportunamente identificati, il che è essenziale da valutare il potenziale effetto sulla prevenzione.

I risultati sono probabilmente generalizzabili alla maggior parte degli altri paesi europei, Stati Uniti, Canada e paesi con simili tassi di eventi ASCVD e con sistemi di assistenza sanitaria di alta qualità.


Questo studio per primo ha confrontato la prestazione clinica di queste cinque linee guida utilizzate per la terapia con statine in prevenzione primaria e giunge alla conclusione che dovrebbero essere seguite le linee guida ACC/AHA, CCS o NICE piuttosto che quelle USPSTF ed ESC/EAS.

Se assumiamo un danno trascurabile da terapia con statine ed il basso costo per i farmaci, queste strategie dovrebbe impedire assai favorevolmente molti altri eventi ASCVD.

Quindi trattare più soggetti con statine in prevenzione primaria è meglio.

Messaggio forte che potrebbe spingere all’ aggiornamento di alcune linee guida per assegnare la terapia con statine ad un numero maggiore di pazienti e ottimizzare la prevenzione di ASCVD.

 

Domenica, 25 Febbraio 2018 11:49

RAGAZZE IN BILICO NELL'ETA' CRITICA

Le giovani donne sono più esposte al rischio depressione.

Sono più fragili e stressate.

Ma è anche il loro cervello ad essere più vulnerabile.

La pressione a scuola, lo stress a casa, l’insoddisfazione per il proprio corpo, il confronto impietoso con il gruppo dei pari che sui social media appaiono sempre più belli, più felici, più connessi di quanto in effetti siano.

Ecco che arrivano i pensieri di inadeguatezza, di solitudine e di sconforto e, soprattutto nelle ragazze, sopraggiunge la depressione.

Secondo uno studio inglese, coordinato dalla University College London, su oltre diecimila teenager, una quattordicenne su quattro mostrerebbe i segni della malattia.

Un problema quello della salute mentali delle adolescenti che avrebbe raggiunto proporzioni epidemiche, il ventiquattro per cento delle ragazze presenterebbe alti livelli di sintomi depressivi, contro il nove per cento dei coetanei maschi.

L’età critica si colloca proprio intorno ai quattordici anni.

I ragazzi e le ragazze mostrano livelli simili di disturbi mentali per tutta l’infanzia e la prima adolescenza, poi i sintomi subiscono una brusca impennata nelle ragazze, soprattutto nelle famiglie più disagiate.

Si sta notando una riduzione dell’età di esordio della malattia, spesso in relazione al maltrattamento infantile.

Questo non significa necessariamente abusi sessuali, ma per esempio una situazione familiare non serena, un brutto divorzio e tensioni in casa.

Poi c’è il fattore dell’abuso che va dalla cannabis alle anfetamine nella sua variante da discoteca.

Sostanze che hanno un effetto diretto, accelerano l’esordio della malattia ed indiretto perché alterano il sonno, primo elemento che incide sull’ umore delle persone a rischio.

Ragazze più fragili e per tanti motivi, fisiologici e culturali, più esposte al rischio.

Per indagare i meccanismi fisiologici della differenza di genere nella depressione, in uno studio della Università di Cambridge, i ricercatori hanno mostrato ai giovani volontari una serie di parole, classificate come “felici”, “tristi”e “neutrali”, chiedendo loro di premere un pulsante in  corrispondenza di particolari combinazioni di parole e sottoponendoli, contemporaneamente, a risonanza magnetica funzionale per misurare l’attivazione delle diverse aree cerebrali.

Analizzando i risultati della risonanza, è emerso che i cervelli dei ragazzi e delle ragazze con depressione si comportano in modo diverso nell’ esecuzione del compito, specialmente in due regioni, la circonvoluzione sopra-marginale ed il cingolo posteriore.

Lo sviluppo cerebrale è diverso tra maschi e femmine, per tempi e modi, non soltanto perché le ragazze raggiungono la maturità quattro o cinque anni prima rispetto ai pari età di sesso maschile.

Anche le conformazioni sono diverse: la connessioni tra gli emisferi, alcune aree come l’amigdala e la perfusione maggiore di alcune regioni.

Sono diversità che vengono da lontano e si concretizzano in modo marcato proprio nella depressione più che in altre patologie.

Fanno la loro parte anche gli ormoni, estrogeni e progestinici agiscono sul sistema nervoso centrale ed espongono le donne a maggiore sensibilità ai fattori scatenanti, così come ad una minore resistenza all’ ansia ed a una minore tollerabilità agli eventi stressanti.

Le differenze sono evidenti anche nelle manifestazioni della malattia.

I maschi presentano con maggior frequenza tendenze suicide, le femmine hanno sintomi più evidenti ma atipici ( disturbi dell’alimentazione ed ipersonnia ), una più spiccata sensibilità alle variazioni annuali della luce con maggior prevalenza di disturbi stagionali dell’umore.

Anche il decorso è diverso, nelle donne l’età di esordio è più precoce, i sintomi depressivi durano più a lungo, gli episodi sono ricorrenti e la malattia tende alla cronicità.

In questo panorama i genitori sono impreparati a riconoscere ed affrontare i sintomi nei figli adolescenti, soprattutto se si tratta di femmine.

Madri e padri sono più preoccupati dei cambiamenti nell’ umore dei figli maschi e sottostimano invece il malessere delle figlie.

Quando una ragazza passa i pomeriggi chiusa in camera con le sue tristezze, si tende a pensare che sia un problema caratteriale e quindi passerà.

Quando un ragazzo si mostra apatico, perennemente stanco, senza interessi, scatta l’allarme, perché non viene considerato normale.

Un errore di valutazione che la famiglia pagherà caro.

E’ necessario aiutare i genitori a riconoscere per tempo i segni rilevatori di un disagio psichico nei loro figli.

Basterebbe un’ora la giorno di attività fisica per tenere lontana la depressione, indipendentemente dall’ età e dal genere.

Il sovrappeso e la depressione sono tra i principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e l’esercizio fisico è una strategia efficace per migliorare la salute in generale la qualità della vita.

Anche una sola ora a settimana sembra sufficiente.

Da tempo si sa che l’attività fisica ha un ruolo nel trattamento dei sintomi della depressione, oggi si è in grado di quantificare il potenziale preventivo del movimento nel ridurre il rischio futuro di depressione.

Martedì, 20 Febbraio 2018 11:45

TAC CORONARICA: LA SUPER FOTO CHE SALVA LA VITA

La TAC che vede i dettagli delle coronarie è precisa e poco invasiva.

La TAC coronarica, anno dopo anno, si sta rilevando uno strumento diagnostico fondamentale anche nella prevenzione dell’infarto.

Quella di ultima generazione ha un nome inequivocabile, Revolution.

Con questa metodologia diagnostica si può identificare od escludere la presenza di stenosi e contemporaneamente permette di vedere il lume dell’arteria ( la sezione interna ) così come si fa con la coronarografia invasiva.

Si ottengono inoltre informazioni preziose sulla parete dei vasi, con la possibilità di identificare anche placche ateromatosiche molto precoci e questo è fondamentale per la prognosi.

L’esame è inserito oggi nelle linee guida europee per la gestione del paziente con dolore toracico.

La cardio TC, se prescritta quando si sospetta una patologia di tipo ischemico, diventa un test di prima scelta insieme all’ esame clinico.

L’indagine rappresenta un’alternativa ad accertamenti di imaging tradizionali di secondo livello come eco stress, scintigrafia miocardica e risonanza magnetica da stress.

La novità è rappresentata dalla possibilità di abbinare alla valutazione dell’anatomia delle coronarie anche lo studio funzionale, questo significa poter identificare la presenza di eventuali aree anatomiche dove il sangue non arriva in maniera valida.

In questo caso si parla di difetto di perfusione.

Le nuove tecnologie consentono di avere un quadro completo della situazione in poco più di trenta minuti, che permette di dare una risposta immediata al paziente, sia in senso positivo, rassicurandolo sulla buona condizione delle sue coronarie, sia nel caso in cui le sue arterie abbiano bisogno di un intervento di rivascolarizzazione perché stenotiche, cioè ristrette al punto da impedire al sangue di circolare a dovere.

Grazie alla TAC anatomo – funzionale, il paziente sarà più tutelato dai rischi legati a procedure più invasive come la coronarografia.

La cardio TC, comunque, non esclude l’ipotesi di un necessario e successivo ricorso alla coronarografia.

La TAC ne semplifica l’esecuzione grazie all’indicazione perché l’emodinamista sa in anticipo dove c’è la stenosi su cui intervenire.

Infine il dosaggio delle radiazioni della cardio TAC è molto basso, meno di un millisiviert nella parte anatomica, ma anche nello studio funzionale è inferiore a quello di una scintigrafia.

 

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