Adriano Bruni

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Lunedì, 19 Giugno 2017 16:55

IL CUORE SI ARRESTA IN VOLO. LINEE GUIDA

Le linee guida degli Anestesti Europei insegnano come comportarsi e come intervenire in caso in cui un passeggero vada in arresto cardiaco.

I decessi in volo non sono per fortuna così frequenti se si considera il numero dei viaggiatori, tre miliardi solo l'anno scorso.

Su voli a breve raggio, ma anche su intercontinentali da più di dieci ore di durata.

L'arresto cardiaco non è un evento frequente, solo lo 0.3 % di tutti i malanni a bordo, ma quando capita, nell'86% dei casi il passeggero muore.

Il personale di bordo dovrebbe essere addestrato per la rianimazione cardiopolmonare( RCP ), ma non tutte le compagnie hanno il defibrillatore( AED ).

In genere si conta sulla presenza di un medico a bordo.

Applicando le 28 raccomandazioni delle linee guida si possono salvare il 50% di chi è colpito da arresto cardiaco in volo.

Si parte dall' addestramento del personale di bordo. Almeno due membri dell'equipaggio devono conoscere il BLSD( basic life support ed uso dell’AED ).

Bisogna dotare gli aerei di farmaci di emergenza, come l'adrenalina, di maschere laringee che sostituiscono l'intubazione tracheale che deve essere effettuata da personale medico, e che permettono la ventilazione.

Il pulsossimetro che permette, attraverso i capillari di un dito o dell'orecchio, di stimare la percentuale di ossigeno nel sangue. Anche di una pistola che permette di iniettare un farmaco per via interossea, quando non si ha disposizione la via venosa.

Importante anche la comunicazione ai passeggeri prima del decollo.

Le linee guida prevedono che, oltre alla istruzioni per evacuare l'aereo in caso di incidenti, vengano date informazioni sulla localizzazione dei kit di emergenza e dei defribrillatori.

Le linee guida prevedono che, nel caso di successo delle manovre salva vita, si debba atterrare in emergenza per far ricoverare il passeggero al più presto.

Bisogna considerare che l'intervento in aereo è in condizioni estreme e che la formazione del personale è fondamentale.

Le linee guida sono utili e possono salvare molte vite.

Inoltre rianimazione cardiopolmonare( RCP ) ed uso del defibrillatore ( AED  )hanno effetto temporaneo sulla crisi, quindi è importante scendere subito e trovare l'ambulanza di supporto vitale avanzato ( ACLS ) sulla pista.

Il tempo è il parametro fondamentale.

Una vita sessuale soddisfacente è essenziale per il ritorno alla vita di pazienti vittime di infarti, trombosi coronarica o che hanno subito interventi cardiochirurgici.

Spesso capita che si presentino difficoltà o, in casi estremi, l’impossibilità di riprendere l’attività sessuale desiderata, causando nel paziente (sia uomo che donna) paura, frustrazione e inevitabili conflitti coniugali.


Studi condotti dall’American Heart Association dimostrano la necessità del paziente di ricevere informazioni riguardo al funzionamento e alla ripresa dell’attività sessuale dopo infarto, angina, interventi di bypass o di malformazioni congenite, o in presenza di insufficienza cardiaca.

Essi chiedono se è possibile una vita sessuale dopo un evento cardiaco perché spesso le coppie credono che a seguito della malattia o dell’intervento la loro sessualità sia destinata a finire.

Questa preoccupazione deriva dal fatto che spesso i pazienti cardiologici, sia maschi che femmine, soffrono di disfunzioni sessuali, determinate sia da patologie associate all’evento cardiaco come diabete mellito, ipertensione, insufficienza cardiaca, ansia e depressione, che dall’assunzione di farmaci necessari per il sistema cardiovascolare: antiipertensivi, tranquillanti, antidepressivi, farmaci che controllano le aritmie e l’angina pectoris, betabloccanti e diuretici.

Questi farmaci possono causare nell’uomo deficit erettivo e problemi di eiaculazione, mentre nella donna possono portare secchezza vaginale, con conseguente possibilità di sviluppare la dispareunia (dolore nel rapporto), mancanza di orgasmo o difficoltà nel raggiungere e mantenere l’eccitazione.

Oltre alle patologie organiche e ai farmaci tra le cause delle disfunzioni sessuali vengono riscontrati anche i fattori psicologici.

I blocchi maggiori nascono da paura e depressione: per i pazienti vittime di infarto o angina c’è il timore di avere un attacco, anche fatale, durante il coito, mentre l’ospedalizzazione, la sensazione di sentirsi fragili e in pericolo di vita tendono a far sviluppare patologie depressive.


La consulenza sessuale in presenza di patologie cardiovascolari o durante la fase di recupero a seguito di interventi cardiochirurgici è una tappa fondamentale che consente sia al paziente che al partner di riprendere in maniera serena e corretta l’attività sessuale.


E’ stato rilevato come chi ha subito un intervento chirurgico, per bypass o malformazioni congenite, presenta meno paura a riprendere l’attività sessuale rispetto a un paziente vittima di infarto.

Il primo percepirà l’intervento come la correzione di un difetto rischioso per la vita, e quindi tenderà a riprendere in maniera autonoma e senza timore l’attività sessuale, mentre il secondo avrà timore che l’acuto si ripresenti, magari proprio durante il coito, sviluppando un forte blocco psicologico.


In questi casi è necessario un lavoro di équipe, dove cardiologo (o cardiochirurgo) e neuropsichiatra dovranno creare un percorso ad hoc, sia psicosessuale che medico, per ogni paziente, tenendo conto del tipo di malattia cardiaca o di intervento subito, del contesto relazionale e delle aspettative sessuali personali e di coppia, fornendo sostegno nella riconquista dei rispettivi ruoli sessuali da una parte e della riscoperta del piacere e dello stare insieme in un modo nuovo dall’altra.

Capita spesso che la donna non riconosca più nel marito colpito da malattia cardiovascolare una figura forte e protettiva, sviluppando in tal modo un’incertezza emotiva e sessuale.

Di contro l’uomo percepirà la donna come meno attraente e fragile, con il conseguente blocco delle avances nei suoi confronti.

Dal punto di vista pratico è molto importante suggerire le posizioni più adatte perché i soggetti che hanno subito sternotomia (taglio e divaricazione dello sterno) per alcune settimane a seguire non possono in alcun modo sforzare la muscolatura e l’ossatura del petto. In questo caso per consentire al paziente cardiologico di fare meno sforzo possibile, anche in caso di infarto o angina, si suggerirà di evitare tutte quelle posizioni che prevedono il paziente sopra (es. missionario), suggerendo di optare per posizioni sedute e supine, o di invertire i ruoli, facendo posizionare il partner sano sopra.

Nei casi più gravi, in cui l’attività sessuale è bandita a causa di una seria compromissione cardiaca, la sfida sarà quella di costruire una nuova sfera intima basata sul “toccare”: baci, carezze, abbracci, contatto fisico. Sessualità è anche questo.

I possibili danni alla salute dovuti all’abuso della tecnologia sono spesso sotto il mirino dei ricercatori. Utimamente  a preoccupare è una nuova sindrome, quella del “text neck”, e a parlarne su Spine Journal è un gruppo di neurochirurghi spinali americani.

La nuova sindrome


Consiste in un insieme di sintomi e fastidi provocati dal guardare il display del tablet o dello smartphone continuamente e per un lungo periodo di tempo, mantenendo posizioni scorrette e nocive alla colonna vertebrale. In altri termini, un numero crescente di pazienti, in particolare giovani che non dovrebbero ancora avere problemi alla schiena e al collo, stanno invece segnalando dolori sia dovuti ad ernie del disco che a problemi di allineamento vertebrale della colonna.

Lo conferma un neurochirurgo spinale al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles che segnala delle anomalie radiografiche della colonna con inversione delle curve fisiologiche dovute al troppo uso dello smartphone.

Si tratta di giovani pazienti che quando arrivano all’osservazione del chirurgo spinale hanno già forti dolori e problemi ai dischi vertebrali.

“La vera preoccupazione è che non si sa che cosa questo comporterà nel lungo termine per i ragazzi di oggi che usano i telefonini per tutto il giorno”.

L’effetto peggiora “da seduti”


Gli autori dell’articolo hanno spiegato che le persone spesso guardano dall’alto in basso quando utilizzano i loro smartphone, in particolare quando inviano un sms o durante la navigazione online o quando guardano un video.

Precedenti studi hanno anche scoperto che durante queste attività con lo smartphone alcune persone tengono il collo a circa 45 gradi, e il tutto peggiora quando si siedono.

L’impatto sulla colonna dorsale aumenta alle posizioni flesse più elevate. Mentre in una posizione neutra in attesa, la testa pesa circa da 4,5 a 5,4 Kg quando ci si piega di 15 gradi, la testa peserà circa 27 chili.

Lo stress sulla colonna vertebrale aumenta gradualmente e a 60 gradi, è di 60 chili.

Gli adulti del domani

Secondo gli esperti i bambini che oggi hanno 8 anni e che sono già utenti assidui di dispositivi elettronici probabilmente avranno necessità di essere sottoposti ad un intervento chirurgico sulla colonna già a 28 anni. Si tratta di giovani che ancora non hanno completato lo sviluppo della colonna e questo preoccupa non poco i neurochirurghi.

Gli esperti spiegano cosa fare


Gli autori suggeriscono dei semplici cambiamenti nello stile di vita per alleviare lo stress dovuto alla postura ‘text-neck’.

Si consiglia di tenere i telefoni cellulari davanti al volto, o all’altezza degli occhi, mentre si sta guardando il display e di usare due mani e i due pollici per creare una posizione più simmetrica e confortevole per la colonna vertebrale.

Al di là di utilizzo dello smartphone, i chirurghi spinali raccomandano che le persone che lavorano con un computer o sul tablet utilizzino un supporto del monitor elevato in modo che stiano seduti a livello degli occhi, il supporto dovrebbe essere orizzontale e chiaro.

Con i computer portatili, si consiglia un adattamento simile, utilizzando una tastiera e un mouse separato in modo che il computer portatile possa essere a livello degli occhi e comunque creare una buona posizione ergonomica durante la digitazione.

Infine i ricercatori consigliano degli esercizi di stretching ed altri esercizi di base che si concentrano sulla postura per tenere sotto controllo la colonna. Aggiungono di sdraiarsi sul letto estendendo il collo all’indietro per ripristinare l’arco normale nel collo.

Mentre nella posizione seduta, raccomandano l’allineamento del collo e della colonna vertebrale verificando che le orecchie siano diritte sopra le spalle e le spalle stiano sempre sopra i fianchi.

“Il problema della protezione cerebrale dopo una rianimazione cardiaca è stato per molti anni un argomento caldo della letteratura accademica”.

 

Le linee guida

 

Partendo da questa premessa, i ricercatori americani, hanno preso in esame le evidenze riguardanti il raffreddamento corporeo dopo arresto cardiaco pubblicate dal 1966 fino all’agosto 2016.

Sulla base dei risultati di due ampi studi, viene consigliata l’ipotermia terapeutica per 24 ore, in una forbice che va dai 32 ai 34 gradi C .

Le nuove linee guida, pubblicate online su Neurology, dicono anche che è ugualmente efficace raffreddare  il corpo fino a 36 gradi C per 24 ore, riscaldarlo successivamente a 37° C e poi mantenere la temperatura corporea a 37,5 gradi C.

“L’aumento della temperatura corporea per 24 ore dopo l’arresto cardiaco dovrebbe essere cosniderato lo standard di cura perché migliora gli esiti neurologici”.

L’American Academy of Neurology suggerisce ai familiari dei pazienti che non rispondono dopo l’arresto cardiaco a informarsi sul trattamento e, se necessario, trasferire il paziente in una struttura che impiegherà l’ ipotermia terapeutica.

I ricercatori  hanno evidenziato come ci sia un sottoutilizzo di questa strategia terapeutica negli Stati Uniti e come sia necessario creare consapevolezza tra l’opinione pubblica sul fatto che si tratta di una terapia che funziona.

Individuare e trattare i disturbi del linguaggio perchè possono degenerare in difficoltà di apprendimento.

Il linguaggio è un elemento centrale del funzionamento neuropsicologico del bambino.

Per questo è necessario intervenire precocemente su eventuali disturbi per evitare ripercussioni sullo sviluppo cognito e relazionale e sulle capacità i apprendimento.

Centrale è il ruolo del logopedista che, insieme al neuropsichiatra infantile, diagnostica questi disturbi e definisce la terapia.

Il lavoro  deve iniziare prima che emerga il linguaggio, per valutare eventuali deficit, capirne la causa ed intervenire prima possibile perché quelli del linguaggio sono un segnale importante di altri disturbi.

Un approccio che emerge anche dal DSM –V, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, che inserisce il disturbo del linguaggio nell’ambito dei disturbi della comunicazione.

Una definizione che racchiude cose diverse come difficoltà a produrre suoni, ad utilizzare e comprendere le parole e costruire una frase, oppure relative all’uso ella lingua, alla comunicazione pragmatica, o difficoltà a seguire una conversazione o modulare i propri messaggi in modo appropriato al contesto.

Dalla ricerca emerge sempre più chiaramente il collegamento tra competenze linguistiche, memoria visiva e capacità di movimento.

Si sa che lo sviluppo comunicativo richiede uno sviluppo motorio adeguato, controllare i movimenti della testa  del busto e poi gattonare e camminare.

Per questo è importante intervenire intorno ai due anni, senza ascoltare chi dice che il bambino prima o poi parlerà.

Molti disturbi si risolvono da soli, quelli del linguaggio riguardano il 5 – 7 % in età prescolare, ma solo il 2 – 3 % in età scolare.

Quando si evidenzia un ritardo è opportuno intervenire.

Lo sviluppo del linguaggio ha una certa variabilità fisiologica, ma esistono delle tappe, ed è corretto intervenire se un bambino conosce pochi vocaboli o se a 30 mesi non articola una piccola frase.

Più di un terzo dei bambini che a due anni tardano a parlare, manifestano un disturbo del linguaggio.

In fase di diagnosi è importante capire se si tratta di un disturbo primario del linguaggio o deficit neurologico, sensoriale o cognitivo.

Individuato il problema si deve lavorare per trasmettere competenze ma soprattutto per rendere il bambino in grado di esprimersi non solo in terapia ma nella vita reale.

Le ultime ricerche disponibili confermano l’utilità della relazione con i coetanei e l’efficacia degli interventi proposti da genitori adeguatamente formati.

La collaborazione è indispensabile, il terapeuta si propone come modello linguistico per il bambino, ma è indispensabile creare un alleanza per aiutare il genitore a gestire le difficoltà del figlio.

La cosa più importante è la frequenza dell’interazione, per insegnare a parlare ad un bambino, particolarmente se ha difficoltà, bisogna parlarne.

Giovedì, 11 Maggio 2017 12:49

DISTURBO DISSOCIATIVO D' IDENTITA'

Il funzionamento cognitivo è caratterizzato dall'integrazione armonica tra varie attività come coscienza, affettività, senso-percezioni e funzioni mnesiche che, insieme con il senso di identità e unitarietà, definiscono la struttura di personalità del soggetto.

In condizioni patologiche, o in seguito all'esposizione ad eventi traumatici, si può verificare la perdita dell'integrazione di tali attività, definendosi il quadro clinico della "dissociazione".

La dissociazione può manifestarsi in maniera improvvisa o con un'insorgenza graduale e può avere un andamento cronico oppure rappresentare un evento transitorio e autolimitante.


Si definisce come dissociazione il meccanismo attraverso il quale specifiche strutture ideo-affettive - talvolta complesse e articolate in modo da definire una struttura di personalità - possono essere separate dalla principale struttura cosciente di personalità.


Recentemente, numerosi filoni di ricerca si sono concentrati nel valutare la relazione esistente tra dissociazione ed esposizione ad eventi traumatici.

In particolare, è stato evidenziato che le esperienze traumatiche hanno un impatto negativo sulla capacità di integrazione delle funzioni cognitive, determinando la comparsa del fenomeno della dissociazione, che si può manifestare con sintomi di depersonalizzazione, derealizzazione, o amnesia dissociativa.


Pertanto, il fenomeno della dissociazione rappresenta la conseguenza del fallimento delle funzioni integrative e organizzatrici della coscienza, definendo quadri clinici complessi come quello del disturbo dissociativo dell'identità.


Il concetto di "dissociazione" deve essere differenziato dalla condizione di dissociazione ideativa o ideo-affettiva che si verifica nel corso di disturbi dello spettro psicotico, in cui prevale la perdita dei nessi associativi delle idee, dal punto di vista della struttura formale del pensiero.


La dissociazione è considerata un fenomeno potenzialmente in grado di interessare qualsiasi area del funzionamento psicologico.

Nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), i fenomeni di dissociazione rappresentano l’elemento caratteristico di una categoria di disturbi definiti “Disturbi dissociativi”, in cui sono inclusi il disturbo dissociativo dell’identità (DDI), l’amnesia dissociativa, il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione, il disturbo dissociativo con altra specificazione e il disturbo dissociativo senza specificazione.


Il disturbo dissociativo dell’identità (DDI), che ha sostituito il precedente “disturbo da personalità multiple”, si caratterizza per una disgregazione dell’identità che dà origine nello stesso individuo a due o più identità (o stati di personalità distinti).

Il sintomo caratteristico è rappresentato dall’amnesia dissociativa, cioè l’incapacità di ricordare informazioni personali e/o eventi traumatici importanti, che non è riconducibile a una semplice dimenticanza.

I disturbi dissociativi sono stati ritenuti per molto tempo un artefatto diagnostico o condizioni molto rare da poter identificare nella popolazione generale.

Secondo recenti stime, invece, il fenomeno della dissociazione ha una prevalenza del 2-10% della popolazione generale, mentre il disturbo dissociativo dell’identità ha una prevalenza molto minore, compresa tra 0,01 e 1%.


Di fondamentale rilevanza è il legame esistente tra il trauma e la dissociazione, che evidenzia il ruolo centrale dell’evento traumatico, sia esso di natura fisica, psichica o ambientale, nel produrre il fenomeno dissociativo.

Uno studio eseguito da un gruppo di ricercatori francesi dimostra che l’approccio drip-and-ship per gli ictus ischemici acuti - consistente in una trombolisi endovenosa seguita da trasferimento in un altro ospedale per trombectomia meccanica - produce risultati simili a quelli ottenuti quando la stessa strategia viene eseguita in una stroke unit specializzata. IL risultato più interessante è che i pazienti trattati con Il metodo drip-and-ship non hanno mostrato differenze in termini percentuali di indipendenza funzionale a tre mesi rispetto a quelli trattati direttamente in un centro specializzato per gli ictus”.

Lo studio
La bridging therapy, che consiste in una trombolisi endovenosa entro 4/5 ore dall’ictus ischemico acuto -- seguito da trombectomia meccanica entro 6 ore dall'insorgenza dei sintomi - ha dimostrato di essere più efficace della sola trombolisi endovenosa in pazienti con una importante occlusione vascolare anteriore. Molti centri per l'ictus, tuttavia, a livello di neuroradiologia interventistica, non hanno una dotazione sufficiente di strumenti. Partendo da queste premesse, è sono stati valutati gli esiti neurologici e i tempi di procedura di intervento riguardanti 100 pazienti con ictus ischemico acuto da estesa occlusione vascolare, trattati con metodo drip-and-ship. Sono stati poi confrontati con quelli rilevati in 59 pazienti trattati con lo stesso protocollo presso una stroke unit (CSC). Come previsto, i tempi di processo mediani erano significativamente più lunghi nel gruppo di drip-and-ship. A tre mesi i punteggi della scala Rankin modificata non differivano statisticamente tra i due gruppi, anche quando “aggiustati” sul baseline NIH Stroke Scale score e altre variabili. La percentuale di ricanalizzazione vascolare non differiva sostanzialmente tra i pazienti drip-and-ship (84,0%) e quelli delle stroke unit specializzate (79.7%). I risultati erano simili in un'analisi per-protocol dei 125 pazienti effettivamente sottoposti a trombectomia meccanica.

Lo studio dimostra che grazie alla buona collaborazione a monte tra i due centri, quello di cura primaria dell’ictus (PSC) e la stroke unit (CSC), il trattamento di pazienti con metodo drip-and-ship produce risultati funzionali simili a quelli ottenuti nei pazienti curati integralmente presso le stroke unit specializzate”. “Ciò dovrebbe incoraggiare una collaborazione ancora più stretta tra PSC e CSC per ridurre i tempi di intervento e massimizzare la disponibilità di trombectomia endovascolare”.
“Anche se è necessario uno studio clinico randomizzato per rispondere alla domanda in modo definitivo, questo studio fornisce motivi di riflessione quotidiana sulla prassi attuale, dimostrando che i PSC che collaborano con i CSC offriranno ai loro pazienti una terapia in grado di raggiungere risultati simili a quelli ottenuti nei cinque principali studi clinici randomizzati su trombectomia “, aggiunge Naim N. Khoury, Notre-Dame Hospital and the University of Montreal, Quebec, Canada, che di recente ha confrontato il trattamento endovascolare con la terapia medica per l'ictus acuto - Questi risultati dovrebbero incoraggiare i medici a continuare la loro pratica attuale.”
In un editoriale, Louis R. Caplan del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston , offre sei suggerimenti per tutti i centri che si occupano di ictus:

1. Sforzatevi di aggiornare il personale medico dei PSC sulle tecniche di imaging cerebrale.
2. Formare il personale delle ambulanze a riconoscere gli ictus e a individuare le forme più gravi e coloro che hanno più probabilità di avere importanti occlusioni delle arterie.
3. Assicuraratevi che il personale che dirige il trasporto abbia informazioni su distanze e tempi rispetto a PSC e CSC; anche loro dovrebbero essere in grado di riconoscere la gravità dell'ictus.
4. I CSC dovrebbero dotarsi di personale, tecnologia e protocolli sulla base della potenziale richiesta di cura dei pazienti con ictus ch.
5. Garantite un coordinamento tra tutti i centri e le figure professionali coinvolte.
6. Continuate con la ricerca per identificare i pazienti che possono rispondere alle trombectomia endovascolare senza o dopo trombolisi endovenosa”.

Lunedì, 17 Aprile 2017 17:41

IL FENOMENO DEL BULLISMO

Il bullismo è un fenomeno dilagante nella società moderna, soprattutto nelle persone più giovani.

Notizie e fatti di cronaca inerenti adolescenti o giovani adulti vittime di tali atteggiamenti si susseguono, infatti, quasi quotidianamente.

Il bullismo consiste in un comportamento aggressivo e violento, sia fisicamente che psicologicamente, assunto in maniera intenzionale nei confronti dei propri coetanei, soprattutto in ambienti scolastici.

Gli atti di bullismo possono essere sia diretti, con aggressioni verbali o fisiche, che indiretti, con atteggiamenti di esclusione sociale.


Recentemente, il bullismo si sta diffondendo attraverso gli smartphone, i social network e Internet, definendo il fenomeno del cyberbullismo, cioè un tipo di atteggiamento violento che viene perpetrato attraverso l'utilizzo di strumenti elettronici.


Secondo una recente indagine ISTAT, in Italia più del 50% degli adolescenti di età compresa tra 11 e 17 anni hanno subìto un episodio di bullismo e il 20% riferisce di essere una vittima frequente, con azioni subìte più volte al mese.

Nella maggior parte dei casi, si tratta di bullismo diretto con una relazione vis a vis tra la vittima e il bullo - soprattutto nei soggetti di sesso maschile.

Quando si considerano gli atti di cyberbullismo, circa il 6% dei giovani soprattutto di sesso femminile afferma di aver subìto azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network.

Le prepotenze più comuni includono offese con soprannomi, parolacce, insulti, derisione per l'aspetto fisico, esclusione per le proprie idee/opinioni, aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni.


Un bambino su tre riporta episodi di bullismo nel corso della propria vita, e nel 15% dei casi questi episodi sono durati più di 6 mesi.

Nel caso del cyberbullismo, le vittime molto spesso sono oggetto anche di bullismo tradizionale.

Essere vittima di bullismo rappresenta la forma più frequente di abuso in età infantile, molto più frequente degli abusi ricevuti dagli adulti o dai propri familiari.


Il bullismo ha un impatto negativo sulla salute mentale, rappresentando la causa più frequente di assenteismo scolastico nella fascia di età tra gli 11 e i 15 anni.

Infatti, la maggior parte dei bambini e dei giovani adolescenti soffre in silenzio, evitando di parlarne con i genitori o con gli insegnanti per vergogna o paura e ancora più difficilmente si rivolgono agli operatori sanitari per parlare dei problemi relazionali con i loro coetanei.


Il fenomeno del bullismo deve essere preso seriamente in considerazione da tutti gli operatori sanitari e in particolare dai noi professionisti della salute mentale, considerando che subìre atti di bullismo rappresenta un evento traumatico che può avere un impatto significativo sul benessere individuale nella vita adulta.

Numerose evidenze dimostrano che il bullismo ha un effetto negativo a lungo termine che consiste in scarsa autostima, assunzione di comportamenti auto-lesivi, mancata realizzazione personale.

In particolare, lo studio epidemiologico longitudinale "Great Smoky Mountains", condotto negli USA, ha documentato che le giovani vittime di bullismo riportano nella prima età adulta tassi maggiori di agorafobia, depressione, ansia e suicidalità, insieme a difficoltà nella vita di relazione e difficoltà economiche.


I fattori attraverso i quali essere vittima di episodi di bullismo in età infantile determini un esito a lungo termine sfavorevole non sono stati ancora del tutto chiariti.

Meccanismi neurobiologici di alterata risposta al fenomeno stressante, fenomeni epigenetici e alterazioni dei livelli di cortisolo sono stati ipotizzati tra le possibili cause, sebbene non sia stato ancora formulato un modello conclusivo.


Pertanto, la sfida che ci proponiamo noi operatori sanitari è di evitare che gli adolescenti vengano esposti a tali eventi traumatici, e di prevenire la comparsa di disturbi mentali in età adulta.

Sarà necessario promuovere interventi preventivi volti ad identificare precocemente gli episodi di bullismo, in modo da ridurre gli effetti negativi a lungo termine sul soggetto che ne è vittima.

In Italia, l'Osservatorio Nazionale sul Bullismo e Doping ha l'obiettivo di combattere il fenomeno del bullismo attraverso la promozione di campagne di comunicazione, sensibilizzazione e prevenzione soprattutto nelle scuole, al fine di portare a conoscenza dei giovani, degli insegnanti e delle loro famiglie la gravità e la diffusione del fenomeno.

La morte dell’area del cervello che produce la dopamina, un neurotrasmettitore essenziale per alcuni importanti meccanismi di comunicazione tra i neuroni, sarebbe la causa dell'Alzheimer.

Questa patologia, solo in Italia, colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni di età.

E’ stata effettuata un’accurata analisi morfologica del cervello e si è scoperto che quando vengono a mancare i neuroni dell’area tegmentale ventrale, che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il conseguente malfunzionamento dell’ippocampo, anche se tutte le cellule di quest’ultimo restano intatte”.

Senza la dopamina si perde la memoria.


Negli ultimi 20 anni i ricercatori si sono focalizzati sull’area da cui dipendono i meccanismi del ricordo, ritenendo che fosse la progressiva degenerazione delle cellule dell’ippocampo a causare l’Alzheimer.

Le analisi sperimentali, tuttavia, non hanno mai fatto registrare al suo interno significativi processi di morte cellulare.

Nessun ricercatore aveva finora pensato che potessero essere coinvolte altre aree del cervello nell’insorgenza della patologia.

L’area tegmentale ventrale non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer, perché si tratta una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico.


La ricerca ha chiarito i dettagli molecolari alla base della mancata comunicazione fra cellule nervose che, nel tempo, porta alla perdita di memoria.

I ricercatori si sono resi conto che – come in un effetto domino – la morte delle cellule cerebrali deputate alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, causandone il ‘tilt’ che genera la perdita di memoria.

Lo studio ha evidenziato, già nelle primissime fasi della malattia, la morte progressiva dei soli neuroni dell’area tegmentale ventrale e non di quelli dell’ippocampo.

Questo meccanismo è risultato perfettamente coerente con le descrizioni cliniche della patologia di Alzheimer fatte dai neurologi

L'assenza di dopamina influisce anche sul buon umore.

Si è verificato che l’area tegmentale ventrale rilascia la dopamina anche nel nucleo accumbens, l’area che controlla la gratificazione e i disturbi dell’umore, garantendone il buon funzionamento.

Per cui, con la degenerazione dei neuroni che producono dopamina, aumenta anche il rischio di andare incontro a progressiva perdita di iniziativa, indice di un’alterazione patologica dell’umore.


Questi risultati confermano le osservazioni cliniche secondo cui, fin dalle primissime fasi di sviluppo dell'Alzheimer, accanto agli episodi di perdita di memoria i pazienti riferiscono un calo nell’interesse per le attività della vita, mancanza di appetito e del desiderio di prendersi cura di sé, fino ad arrivare alla depressione.

La depressione ‘è un campanello di allarme.


I cambiamenti nel tono dell’umore non sarebbero – come si credeva fino ad oggi – una conseguenza della comparsa dell’Alzheimer, ma potrebbero rappresentare piuttosto una sorta di campanello d’allarme dietro il quale si nasconde l’inizio subdolo della patologia.

Perdita di memoria e depressione sono due facce della stessa medaglia”.

Alzheimer e Parkinson: obiettivo comune per la cura


Le prospettive che questo studio schiude sono molteplici.

Il prossimo passo dovrà essere la messa a punto di tecniche neuro-radiologiche più efficaci, in grado di farci accedere ai segreti custoditi nell’area tegmentale ventrale, per scoprirne i meccanismi di funzionamento e degenerazione.

Inoltre, i risultati ottenuti suggeriscono di non sottovalutare i fenomeni depressivi nella diagnosi di Alzheimer, perché potrebbero andare di pari passo con la perdita della memoria.

Infine, poiché anche il Parkinson è causato dalla morte dei neuroni che producono la dopamina, è possibile immaginare che le strategie terapeutiche future per entrambe le malattie potranno concentrarsi su un obiettivo comune: impedire in modo ‘selettivo’ la morte di questi neuroni.

I dati sperimentali hanno chiarito il perché i farmaci cosiddetti "inibitori della degradazione della dopamina" – la cui validità terapeutica è stata nel tempo molto discussa – si rivelino utili solo per alcuni pazienti.

Funzionano unicamente nelle fasi iniziali della malattia, quando ancora sopravvive un buon numero di neuroni dell’area tegmentale ventrale.

Con la morte di tutte le cellule di quest’area, la dopamina smette del tutto di essere prodotta e il farmaco, ovviamente, non è più efficace.

Pur essendo ancora lontana la validazione di una cura efficace per l’Alzheimer, i risultati della ricerca aggiungono un tassello decisivo nella comprensione dei meccanismi da cui prende avvio questo temibile morbo.

 

Martedì, 04 Aprile 2017 12:18

DISTURBO BORDERLINE

Il disturbo Bordeline è una psicopatologia difficile da diagnosticare e gestire.

I pazienti affrontano l’altalena della vita in preda al panico, sono persone sofferenti, instabili, piene di rabbia ed a rischio suicidio.

Vivono al limite del precipizio, in bilico tra l’apparente equilibrio e l’imprevedibile deriva emotiva.

Spesso anche noi Psichiatri possiamo essere tratti in inganno, rischiando di sottoscrivere una diagnosi di Disturbo Bipolare o più genericamente  Psicosi o Depressione.

Un errore frequente che può avere conseguenze negative non soltanto sulla scelta della terapia ma anche sul rapporto con il paziente, più frequentemente donna.

Nel migliore dei casi, un trattamento farmacologico indicato per altra psicopatologia risulterà inefficace.

Più avrà effetti negativi sul paziente, da un lato esposto agli effetti indesiderati del farmaco e dall’altro privo di un rimedio efficace, con il risultato che la psicopatologia si cronicizzi.

Un paziente Bordeline ha, prima di tutto, relazioni interpersonali intense ed instabili.

La sua vita è costellata di rapporti affettivi tumultuosi e turbolenti che terminano bruscamente ed anche perdite ricorrenti del lavoro od interruzioni degli studi.

Un' altra caratteristica del Disturbo di Personalità Bordeline è la propensione a cambiare bruscamente giudizio nei confronti del prossimo. Passa drammaticamente dalla idealizzazione alla svalutazione di amici, parenti e colleghi.

Molto instabile è anche l’immagine che la persona ha di se stessa, e frequente è la sensibilità al rifiuto ed alla solitudine, percepita come se solo la presenza degli altri li facesse sentire vivi.

Di qui il forte timore di essere abbandonati e la rabbia, anche quando si trovano ad affrontare separazioni limitate nel tempo o cambiamenti ordinari di situazioni esistenziali.

Si può scivolare verso chine drammatiche  quando lo sforzo disperato di evitare l’abbandono, reale o immaginario, sfocia  in gesti auto lesivi, come tagliuzzarsi le vene con una lametta o bruciarsi con un mozzicone di sigaretta, in extremis, il suicidio, che nella casistica si realizza nell’8% dei casi.

C’è poi la familiarità. Se si scava nel passato del paziente  bordeline, si scoprono spesso parenti con storie di psicopatologia, disturbi da abuso di sostanze.

Può essere presente storia di abuso fisico o sessuale. Intervenire per aiutare questi pazienti non è semplice, ma il trattamento psicoterapico è il primo da tenere presente.

È indicata in questi casi, la terapia con approccio comportamentale dialettico con sedute di gruppo ed individuali, tra loro parallele, a cadenza settimanale  per un perioda che va dai sei ai dodici mesi.

Le sedute di gruppo iniziano con un training di rilassamento ed alla meditazione, finalizzato al controllo delle emozioni.

Proseguono poi con vere e proprie lezioni su come tollerare le emozioni stressanti ed affrontare  le situazioni di crisi.

È previsto anche il coaching telefonico, il paziente può chiamare il terapeuta individuale in caso di bisogno e quando si sente che sta per compiere gesti autolesivi.