Adriano Bruni

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Definizione anatomica della stenosi coronarica e suo significato funzionale in termini di ischemica miocardica sono due aspetti complementari dell’approccio alla cardiopatia ischemica.

Dati storici di letteratura suggeriscono che il numero di vasi colpiti correla con una prognosi sfavorevole.

Ancora oggi, tuttavia, rimangono aperti dei quesiti in merito al beneficio clinico e al significato prognostico della rivascolarizzazione guidata dalla anatomia coronarica o dalla presenza di ischemia inducibile.

Accanto a questo, nuove metodiche di imaging si stanno diffondendo per la valutazione dell’uno e dell’altro aspetto.

Recenti dati derivanti dal Danish Multicentre Cohort Study confermano il significato prognostico della coronaropatia, ostruttiva versus non ostruttiva versus assenza di malattia, valutata mediante TC coronarica, dove il numero di vasi colpiti correla con un outcome peggiore in termini di rivascolarizzazione/infarto miocardico/mortalità per tutte le cause nel medio-lungo termine.

Recenti evidenze di letteratura suggeriscono, inoltre, che caratterizzazione della placca mediante TC costituisce efficace strumento di stratificazione.


L’utilizzo della Fractional Flow Reserve (FFR) e più recentemente della FFR valutata in modo non invasivo con imaging TC costituiscono un ulteriore potenziale strumento utile per la valutazione della rilevanza emodinamica delle stenosi e alla guida alle procedure di rivascolarizzazione.

Molte evidenze hanno indicato il significato prognostico dell’ischemia miocardica.

Un recente lavoro di meta-analisi, tuttavia, dimostra come non vi sia una significativa riduzione di eventi in pazienti con documentazione di ischemia inducibile e trattati con rivascolarizzazione in associazione alla terapia medica rispetto alla terapia standard.

I dati suggeriscono che l’ischemia sia un marker del carico di malattia aterosclerotica e del rischio globale di eventi piuttosto che del rischio legato ad un singolo territorio sottostante ad un vaso stenotico. 


Necessari sono ulteriori evidenze per far chiarezza sul definizione anatomica e ricerca di ischemica.

Al momento, tuttavia, severità della stenosi, vulnerabilità della placca e ischemia miocardica sembrano elementi utili ad identificare pazienti a diverso profilo di rischio, sui quali adattare la migliore strategia diagnostica e terapeutica.

 

L'American Heart Association (AHA) e l'American College of Cardiology (ACC) hanno firmato un documento condiviso appena pubblicato sul Journal of American College of Cardiology (JACC), che contiene nuove indicazioni sia qualitative sia operative per il trattamento dei pazienti con STEMI (ST elevation myocardial infarction) e NSTEMI (Non-ST elevation myocardial infarction).

Le due società non raccomandano più ai medici di aiutare i pazienti a smettere di fumare o di verificare i livelli di colesterolo LDL spiegando che quest'ultimo punto è in linea con le ultime linee guida del 2013 sulle dislipidemie, in cui non vengono più chiesti i valori di LDL per prescrivere o dosare il trattamento con statine.

Più controversa invece è stata l'eliminazione dell'attività di consulenza per la cessazione del fumo, che ha generato un vivace scambio di opinioni tra gli esperti che hanno firmato il documento.

Spiega il presidente Hani Jneid del Baylor College of Medicine/Michael DeBakey VA Medical Center di Houston: «L'eliminazione del counselling per la cessazione del fumo dipende dal fatto che i punteggi di rischio risultano essere costantemente significativi anche senza questa misura qualitativa, che sembra essere superflua».

«Con poco spazio per ulteriori progressi in questo ambito già ampiamente valutato negli ultimi anni, il comitato di scrittura AHA/ACC ritiene che la minore attenzione al fumo permetterà agli erogatori di prestazioni sanitarie di concentrarsi su altre misure di qualità dove c'è un maggiore margine di miglioramento» riprende il presidente del comitato di esperti, precisando che oltre alle indicazioni sulle misure qualitative il documento contiene anche utili suggerimenti operativi tra cui: angiografia immediata per l'arresto cardiaco fuori ospedale pazienti rianimati il cui elettrocardiogramma iniziale mostra uno STEMI; test da sforzo non invasivi prima della dimissione in pazienti con STEMI o NSTEMI trattati con terapia medica; dosaggio della troponina entro 6 ore dall'arrivo all'ospedale.

Mercoledì, 01 Novembre 2017 09:07

LE BASI BIOLOGICHE DELL'AMORE

L’amore è davvero cieco, spegne il cervello e noi scienziati non lo sappiamo spiegare.

Studi ed esperimenti confermano le intuizioni dei poeti, ma non rispondono alla domanda cruciale: cosa accade?

Sigmund Freud, consapevole di quanto l’amore plasmasse la vita quotidiana nel mondo occidentale, ma anche in altre culture, scrisse parole illuminanti in un suo saggio del 1915:

”Indubbiamente l’amore fra i sessi è una delle cose più importanti della vita, e l’unione del soddisfacimento spirituale e fisico che si attinge nel godimento d’amore ne rappresenta precisamente uno dei vertici. Soltanto nella scienza si ha ritegno ad ammetterlo”.

E’passato da allora più di un secolo ma la complessità dell’esperienza amorosa è ancora oggi difficile da decodificare in campo scientifico perché vi è un ritegno, più che comprensibile, ad entrare nell’ intimità della vita individuale, ma anche a tradurre questo sentimento in un linguaggio troppo distante da quello che usano gli innamorati.

L’amore non è solo quello del batticuore e del desiderio che si prova per la persona che si ama, anche il corpo e lo stesso cervello ne sono coinvolti.

Esplorando l’esperienza amorosa in chiave evoluzionistica si mette in luce come l’amore dei genitori per i figli, ma anche fra partner sentimentali comporti l’attivazione di circuiti cerebrali che sostengono la relazione  affettiva favorendo la propagazione delle specificità genetiche alle generazioni successive e la stessa sopravvivenza della specie umana.

Interpretando le basi biologiche dell’amore sentimentale secondo le più recenti scoperte nel campo dei neurormoni, si scopre che quando si pensa alla persona che si ama e ancora di più quando si è con lei si verifica nel cervello un tempesta ormonale, di cui la dopamina è la grande protagonista.

Nel viso e negli occhi della persona innamorata si coglie il piacere che sta vivendo, ma che a volte suscita pensieri così insistenti da divenire travolgenti, quasi ossessivi.

Non può che venire in mente la tragica figura di Francesca da Rimini, che Dante incontra all’ Inferno e che racconta il turbine da cui è stata travolta:” Amor che a’ nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona”.

Il confine fra passione ed innamoramento e delirio amoroso a volte può sfumare. Ma che cos’ è che fa scivolare l’amore in un’ossessione che fa perdere il senso della realtà?

Le ricerche che hanno studiato il cervello delle persone innamorate utilizzando la Risonanza Magnetica  hanno evidenziato grandi cambiamenti.

Le aree connesse alla sensazione di piacere e di euforia si attivano fortemente, ad esempio quando si guarda la foto della persona che si ama, mentre si disattivano le aree cerebrali connesse al riconoscimento delle emozioni negative ed alla cognizione sociale.

In altre parole gli studi confermano il detto “l’amore è cieco” proprio perché si verifica un specie di cecità mentale che compromette il riconoscimento delle qualità meno attraenti della persona che si ama.

E’ più che mai vero quello che scrisse Freud, artisti, poeti e scrittori hanno saputo raccontare le esperienze umane anticipando anche di molti secoli quello che la scienza ha cercato di scoprire molto dopo.

Nel caso dell’amore la scienza sta compiendo i primi passi e ancora oggi non è in grado di spiegare l’enigma, perché ci innamoriamo , perché succede proprio in un determinato momento della vita, perché siamo attratti da quella persona, ma anche perché può finire.     

Martedì, 24 Ottobre 2017 11:55

COSA FARE IN CASO DI ARRESTO CARDIACO

 

 

REPETITA IUVANT

L’arresto cardiorespiratorio continua ad essere la principale causa di morte nel mondo industrializzato.

Si stima che annualmente in Europa hanno luogo all’ incirca 300.000 arresti cardiaci, con un tasso di sopravvivenza inferiore al 15%.

Quando si verifica un arresto cardiorespiratorio esistono due passi chiave per massimizzare le probabilità di sopravvivenza del paziente: la rianimazione cardiopolmonare (RCP) e la defibrillazione precoce.

La RCP è una manovra che consiste nell’ alternare compressioni toraciche a ventilazioni in modo che si mantenga un flusso sanguineo che consenta di fornire agli organi vitali una quantità adeguata di ossigeno.

La defibrillazione esterna è una terapia che tenta di correggere un’aritmia potenzialmente letale somministrando uno shock elettrico al muscolo cardiaco attraverso la parete toracica.

Le guide sulla rianimazione pubblicate da AHA (American Heart Association) e da ERC ( European Resuscitation Council )  forniscono raccomandazioni su come effettuare la rianimazione in modo sicuro ed efficace in diverse situazioni.

L’ultima revisione pubblicata nel 2015 sottolinea l’importanza di realizzare compressioni toraciche di qualità, con idonea frequenza e profondità, riducendo al minimo le interruzioni.

Durante la rianimazione si raccomanda inoltre di utilizzare il segnale di capnografia per monitorare la corretta ventilazione, la qualità delle compressioni e per identificare il riattivarsi della circolazione spontanea. 

 

Lunedì, 23 Ottobre 2017 06:56

DISTURBI DEL SONNO E CARDIOPATIE

È abbastanza intuitivo pensare che la privazione di sonno possa alterare diversi meccanismi di regolazione endocrina e cardiovascolare.

Tale affermazione trova peraltro ampio riscontro in letteratura.

Diversi studi hanno suggerito come l'insonnia associata ad un'effettiva riduzione della durata del periodo di sonno si associ ad un aumento del rischio di ipertensione arteriosa. 

In uno studio pubblicato nel 2015 da Li e coll. hanno voluto  valutare se l’insonnia associata ad hyperarousal, misurato mediante il Multiple Sleep Latency Test ( MLST ), un test convenzionale di rapporto sonno/veglia, comporti un aumento del rischio di ipertensione arteriosa.

È stato ipotizzato che il meccanismo patogenetico sottostante sia rappresentato da un eccesso dei processi fisiologicamente legati al risveglio ("arousal").

A tale scopo 219 pazienti affetti da insonnia cronica sono stati confrontati con 96 soggetti con sonno normale.

Per definire l'insonnia cronica sono stati impiegati i criteri diagnostici convenzionali, con sintomi della durata di almeno 6 mesi.

Tutti i soggetti sono stati sottoposti a studio polisonnografico per 1 notte seguito da un MSLT standard, definendo la condizione di "hyperarousal" sulla base del valore mediano (cioè >14 minuti) e del 75° percentile di MSLT (pari a >17 minuti).

La diagnosi di ipertensione arteriosa è stata definita prendendo in considerazione i valori di pressione misurati oppure facendo riferimento ad una diagnosi medica o ad un trattamento antiipertensivo in atto.

Lo studio evidenzia che una condizione di insonnia associata ad un valore di MSLT > 14 minuti è risultata ad un aumento del rischio di ipertensione pari al 300%, mentre l’associazione tra insonnia e MSLT > 17 minuti ha ulteriormente aumentato tale rischio al 400%.

Pertanto tale studio dimostra come l’associazione tra insonnia ed hyperarousal fisiologico comporti un aumento molto significativo del rischio di ipertensione arteriosa.

L’aumento del valore di MSLT potrebbe essere un indice affidabile dell’iperarousal fisiologico e della gravità biologica dell’insonnia cronica.

L’insonnia e riduzione della durata del sonno hanno un impatto negativo su:

- Qualità della vita

- Umore

- Funzione cognitiva

- Starto di salute

- Impiego di risorse sanitarie

- Profilo di rischio cardiovascolare

In conclusione esiste una relazione tra quantità e qualità del sonno e rischio cardiovascolare. Sicuramente sono in gioco diversi meccanismi di regolazione endocrina e neurovegetativa che sono disturbati dalle alterazioni del fisiologico ritmo sonno-veglia.

Nel caso dell’ipertensione arteriosa è intuitivo pensare che la normale caduta pressoria notturna ( dipping ) venga alterata dall’insonnia.

Anche per questo è importante garantire  a ciascuno un sonno notturno adeguato per qualità e quantità.

Abbiamo, noi Neuropsichiatri , a disposizione strumenti farmacologici in grado di favorire tutto questo, associabili all’eventuale trattamento antiipertensivo convenzionale.

E’una delle prime malattie ad essere stata descritta nella storia della medicina, ne esistono tracce che risalgono a più di 3000 anni fa, eppure si trascina dietro ancora un misto di paure e miti duri a morire. L’epilessia è molto diffusa, ma poco conosciuta, non riferito solo al gap di conoscenze sul piano scientifico, che pure non mancano, quanto piuttosto a tutte le difficoltà che ancora oggi bambini e genitori incontrano nel gestire la patologia.

Perché se è vero che l’epilessia può colpire a qualsiasi età, l’80% delle forme insorge nell’infanzia e nell’adolescenza.

I bimbi e ragazzi che frequentano le scuole e che qui, tra i banchi e davanti alla lavagna, trascorrono quasi metà della loro giornata.

E’ così che, suonate le campanelle, ripartono anche i programmi e le iniziative per rendere la scuola più inclusiva e preparata a garantire la continuità delle terapie e gestire eventuali crisi.

Quello della gestione della crisi epilettiche rimane un problema, perché gli insegnanti hanno ancora difficoltà a capire cosa fare e come comportarsi.

In realtà, nelle raccomandazioni ministeriali del 2005  le indicazioni ci sono: di fronte ad un bisogno certificato, la direzione scolastica deve verificare la possibilità di rispondervi con risorse interne ed esterne e, se non è in grado di farlo, deve comunicarlo alla famiglia.

Questo significa che non esistono obblighi e che l’insegnante potrebbe rifiutarsi di somministrare il farmaco, ma noi ci battiamo da anni per formare gli insegnanti, perché siano preparati.

Non si interviene in un solo modo, perché di forme di epilessia ne esistono tantissime, con livelli di gravità variabili.

All’insegnante possono manifestarsi due evenienze: alunni con epilessia non problematica, con poche crisi, poco evidenti e ben gestite, così come le assenze, ed  alcune più gravi con crisi ricorrenti e gli insegnanti devono sapere cosa fare.

Per questo, da tempo, noi dell’ ITC AHA HANDS FOR LIFE portiamo avanti progetti di sensibilizzazione per alunni ed insegnanti.

Perché è importante sapere, per esempio, che alcune crisi si interrompono spontaneamente e che l’unico intervento è la gestione tecnica, mettere un cuscino sotto la testa dell’alunno, allontanare gli oggetti appuntiti con cui si potrebbe far male, girarlo possibilmente su un fianco, e che in altri casi potrebbe essere necessario somministrare farmaci.

Orologio alla mano, per capire dopo quanti minuti occorre intervenire e su indicazione del medico ( prescrizione), l’insegnante può somministrare i medicinali. Non c’è discrezionalità, si tratta di somministrazione ordinaria non specialistica che non necessità di competenza sanitaria.

Molto spesso gli insegnanti hanno paura a somministrare i farmaci, temendo eventuali effetti indesiderati, la cui responsabilità non ricade sul somministratore.

In questi anni abbiamo lavorato a fianco delle famiglie  e dei docenti e nella maggior parte dei casi dobbiamo ammettere che siamo riusciti a superare le criticità, ma qualcosa resta da fare, bisogna implementare corsi di formazione per docenti, famiglie e personale educativo.

E’ necessario sviluppare un senso di solidarietà tra i compagni di classe.

Per esempio se un bambino con epilessia si distrae con una crisi di assenza, la maestra potrebbe chiedere al compagno di banco di ricordarglielo, magari con un semplice” Dove eravamo rimasti”? Noi docenti istruttori di HANDS FOR LFE metteremo sempre a disposizione delle famiglie, alunni, insegnanti e scuole, le nostre specifiche competenze scientifiche che ci contraddistinguono.   

Martedì, 26 Settembre 2017 07:21

DISMORFOFOBIA ( VEDERSI BRUTTI )

A volte il vedersi brutti può diventare una malattia.

Chi ne soffre è ossessionato da difetti fisici inesistenti, sempre amplificati, che li portano dal chirurgo estetico e devastano la loro vita sociale.

Non parliamo di una temporanea insoddisfazione per il proprio aspetto, ma di una vera e propria ossessione che compromette i rapporti sociali e può indurre al suicidio.

Non colpisce chi deve davvero fare i conti con deformità o problemi estetici gravi.

La maggior parte di persone che soffre di dismorfofobia ha un aspetto normalissimo, spesso addirittura gradevole.

Viene anche definito disturbo da dimorfismo corporeo. La dismorfofobia però non è una malattia a se stante, ma può essere collegata vari disturbi, dalla psicosi alla depressione.

Spesso è associata al disturbo ossessivo compulsivo, tanto da poterla definire una forma di ossessione che riguarda l’aspetto fisico, o meglio un qualche suo tratto su cui si concentrano le preoccupazioni del paziente.

Se prestare attenzione al proprio corpo è qualcosa che tutti fanno, che viene a mancare soltanto in condizioni di serie malattie fisiche e psichiche, per chi soffre di dismofofobia il pensiero diventa una vera ossessione che occupa gran parte del tempo, creando angoscia ed interferendo con le normali attività, il lavoro e la vita sociale.

Un disturbo raro ma non rarissimo, che colpisce sia uomini  che donne e spesso compare durante l’adolescenza, una fase della vita in cui il corpo si trasforma in modo radicale.

Il problema è che se non si interviene tempestivamente, tende a durare a lungo, a volte per tutta la vita.

Secondo le statistiche, a soffrirne sarebbe circa il 12% delle persone che si rivolge ad uno psichiatra.

Questi dati fotografano solo la punta dell’iceberg, molti pazienti, infatti, si vergognano, e spesso tendono a non parlare con gli psichiatri, e a rivolgersi semmai ai chirurghi estetici, i quali fanno fatica ad identificare chi, tra quanti si rivolgono a loro, soffre del disturbo e quindi è destinato ad essere insoddisfatto dei risultati ottenuti.

Il dismorfofobico proietta  sulla realtà fisica un difetto, una assenza che riguarda la psiche.

Non riesce ad entrare in contatto con se stesso, a vedersi, e quindi cerca all’ esterno l’immagine perduta, ispirandosi spesso ad un modello ideale, una attrice o un personaggio famoso di cui spera di ottenere le caratteristiche fisiche grazie ad una specie di copia incolla chirurgico.

Le preoccupazioni dei malati tendono a concentrarsi sul volto e sulla pelle, due parti del corpo particolarmente importanti nei primi anni di vita, quando sono alla base delle prime relazioni con l’altro ed infatti le radici della dismorfofobia stanno proprio nella relazione del bambino con la madre, o chi si occupa di lui.

Il disturbo può rimare a lungo silente, per poi riemergere in situazioni dio stress.

Si tratta, infatti, di una esperienza soggettiva, in cui le pressioni di una società ossessionata dall’aspetto contano poco.

Comportamenti come questi sono espressione di una perdita di contatto con la propria realtà psichica, che porta a fissarsi su quella fisica.

La società può contribuire a plasmare la forma del disturbo, ma non è la radice.

Spesso, però il problema passa inosservato, e non solo perché la vergogna spinge i pazienti a nascondere le proprie angosce, ma anche perché alcuni comportamenti rituali poi, come la tendenza ad evitare gli specchi o in alternativa a controllarsi ossessivamente, si manifestano solo in una fase avanzata del disturbo.

Un campanello di allarme può essere la tendenza da isolarsi ed evitare i rapporti sociali, soprattutto in età infantile ed adolescenziale.

In questa fase intervenire è importante, perché  la dismofofobia si può curare , soprattutto con la psicoterapia, l’unica in grado di risolvere il problema.

La malattia non ha una componente organica, i farmaci posso servire semmai come appoggio, in presenza di sintomi particolarmente invalidanti come ansia ed insonnia.

Le terapie più studiate sono quelle di tipo cognitivo comportamentale e la psicoterapia psicodinamica, come la teoria della nascita che non si limita ad intervenire sul sintomo, con il rischio di vederlo riemergere sotto sotto altra forma, ma va alle radici del problema.

Nei casi più gravi, quando il rischio di suicidio è reale, è consigliato il ricovero.

Mercoledì, 20 Settembre 2017 20:48

ASCOLTARE I BAMBINI

L’ apprendimento non è mai legato alla genetica ma solo all’ ambiente.

I primi anni di vita sono universalmente riconosciuti come il periodo più importante per l’apprendimento.

E’ dagli anni zero ai cinque anni, quando Il cervello è più plastico e reattivo, che si pongono le basi per sviluppare appieno il proprio potenziale.

Dopo, in un certo senso, i giochi sono fatti e le nuove informazioni o esperienze si inseriscono in una struttura cerebrale già definita quasi per intero.

E’ dunque all’interno di questa fase che si gioca la partita decisiva per gli educatori.

Molte volte sono sprecate o sottostimate le capacità di tanti piccoli studenti, a causa di un sistema scolastico troppo rigido, che mostra scarsa vocazione all’ascolto dei bisogni del bambino.

Soprattutto, a causa di programmi e metodi che si fondano su una logica valutativa che tende a creare divari fin dalla prima infanzia.

Una alternativa a questo sistema è praticabile.

Tutti i bambini hanno lo stesso potenziale e non esiste alcuna predisposizione genetica o sociale all’apprendimento, all’intelligenza, ma dipende tutto dall’ambiente.

Pensate alle larve delle api: sono tutte predisposte a diventare piccole operaie, nascono tutte con lo stesso patrimonio genetico.

Se una di esse viene nutrita con la pappa reale, diventa la regina.

Allo stesso modo i bambini necessitano, per crescere al meglio, del nutrimento giusto: di un ambiente amorevole, vivace, ricco, ordinato, che favorisca l’esplorazione, le attività spontanee, l’empatia e l’incontro con l’altro, la compresenza di età differenti.

Si tratta di riuscire ad incoraggiare lo sviluppo di spirito di iniziativa ed autonomie, rispettando talenti e curiosità nel preciso momento in cui si manifestano, lasciando i bambini liberi di orientarsi fra le diverse attività e basandosi su invarianti pedagogiche che trascendono l’idea di metodo.

Oltre a questo, c’è l’importanza della cooperazione, quello che Edgar Morin( mio maestro ) chiama “etica della relianza”, ovvero ciò che unisce e rende solidali, che si concretizza con i bambini più grandi che aiutano quelli più piccoli e trasferiscono loro le conoscenze attraverso l’esempio.

E’ inoltre importante e vitale utilizzare l’errore come elemento costitutivo del processo di comprensione, senza che uno sbaglio venga percepito come una colpa da evitare o, peggio, da sanzionare.

Assecondando i meccanismi naturali di apprendimento dei bambini, questi si presenteranno più sereni, calmi e concentrati.

Tutti gli insegnanti che cercano di mettere in pratica approcci di questo genere, ponendo il bambino e l’ascolto al centro, pur all’interno di tutte le difficoltà e le contraddizioni dell’istituzione scolastica tradizionale, in realtà lo sanno da sempre. Vengono, però, troppo spesso lasciati soli all’interno di un sistema che li mortifica, anziché valorizzarli.

Ci auspichiamo che gli insegnanti possano essere lasciati liberi di “abbellire e sistemare la scuola, dato che conoscono i più piccoli anfratti, una fiducia sincera centuplicherà le forze, eleverà le menti ed aprirà porte insospettabili”.

La vera rivoluzione dell’educazione parte proprio da qui.        

Mercoledì, 20 Settembre 2017 20:48

ASCOLTARE I BAMBINI

L’ apprendimento non è mai legato alla genetica ma solo all’ ambiente.

I primi anni di vita sono universalmente riconosciuti come il periodo più importante per l’apprendimento.

E’ dagli anni zero ai cinque anni, quando Il cervello è più plastico e reattivo, che si pongono le basi per sviluppare appieno il proprio potenziale.

Dopo, in un certo senso, i giochi sono fatti e le nuove informazioni o esperienze si inseriscono in una struttura cerebrale già definita quasi per intero.

E’ dunque all’interno di questa fase che si gioca la partita decisiva per gli educatori.

Molte volte sono sprecate o sottostimate le capacità di tanti piccoli studenti, a causa di un sistema scolastico troppo rigido, che mostra scarsa vocazione all’ascolto dei bisogni del bambino.

Soprattutto, a causa di programmi e metodi che si fondano su una logica valutativa che tende a creare divari fin dalla prima infanzia.

Una alternativa a questo sistema è praticabile.

Tutti i bambini hanno lo tesso potenziale, che non esiste alcuna predisposizione genetica o sociale all’apprendimento, all’intelligenza, ma dipende tutto dall’ambiente.

Pensate alle larve delle api: sono tutte predisposte a diventare piccole operaie, nascono tutte con lo stesso patrimonio genetico.

Se una d esse viene nutrita con la pappa reale, diventa la regina.

Allo stesso modo i bambini necessitano, per crescere al meglio, del nutrimento giusto: di un ambiente amorevole, vivace, ricco, ordinato, che favorisca l’esplorazione, le attività spontanee, l’empatia e l’incontro on l’altro, la compresenza di età differenti.

Si tratta di riuscire ad incoraggiare lo sviluppo di spirito di iniziativa ed autonomie, rispettando talenti e curiosità nel preciso momento in cui si manifestano, lasciando i bambini liberi di orientarsi fra le diverse attività e basandosi su invarianti pedagogiche che trascendono l’idea di metodo.

Oltre a questo, c’è l’importanza della cooperazione, quello che Edgar Morin, mio maestro, chiama “etica della relianza”, ovvero ciò e unisce e rende solidali, che si concretizza con i bambini più grandi che aiutano quelli più piccoli e trasferiscono loro le conoscenze attraverso l’esempio.

E’ inoltre importante e vitale utilizzare l’errore come elemento costitutivo del processo i comprensione, senza che uno sbaglio venga percepito come una colpa da evitare o, peggio, da sanzionare.

Assecondando i meccanismi naturali di apprendimento dei bambini, questi si presenteranno più sereni, calmi e concentrati.

Tutti Gli insegnanti che cercano di mettere in pratica approcci di questo genere, ponendo il bambino e l’ascolto al centro, pur all’interno di tutte le difficoltà e le contraddizioni dell’istituzione scolastica tradizionale, in realtà lo sanno da sempre. Vengono, però, troppo spesso lasciati soli all’interno di un sistema che li mortifica, anziché valorizzarli.

Ci auspichiamo che gli insegnanti possano essere lasciati liberi di “abbellire e sistemare la scuola, dato che conoscono i più piccoli anfratti, una fiducia sincera centuplicherà le forze, eleverà le menti ed aprirà porte insospettabili”.

La vera rivoluzione dell’educazione parte proprio da qui.        

Domenica, 03 Settembre 2017 10:03

PAESE CHE VAI SESSUALITA' CHE TROVI

In una review pubblicata nel 2016 sul Journal of Sexual Medicine, viene analizzata l‘influenza della cultura nelle disfunzioni sessuali e vengono fatte delle considerazioni etiche riguardo alle mutilazioni genitali femminili e alla chirurgia estetica genitale.


Per quanto riguarda la prima tematica, gli autori sostengono che le componenti culturali e sociali spesso non vengono adeguatamente tenute in considerazione.

Un atteggiamento “politicamente corretto”, una mancanza di conoscenza dei diversi costumi morali o visioni troppo rigide delle disfunzioni sessuali possono ostacolare un’appropriata indagine su come il comportamento sessuale possa venire influenzato.

Le credenze culturali e religiose riguardo al sesso, così come i messaggi dei media, hanno un ascendente tanto inconsapevole quanto potente: pensiamo, ad esempio, all’impatto che può avere nei casi di dispareunia l’idea che la donna, per avere una sessualità appagante e per soddisfare realmente il proprio partner, debba avere rapporti penetrativi.


Un concetto che sta acquisendo sempre più rilevanza con i massicci fenomeni di immigrazione è quello di “acculturazione”, ovvero il processo di adattamento di una persona immigrata in una nazione che possiede una cultura molto diversa da quella di origine.

Questo fenomeno riguarda anche la sessualità e va pertanto tenuto in considerazione nei colloqui con individui o coppie immigrate; tuttavia, l’assenza di dati accurati riguardanti il resto del mondo complica il già non facile lavoro dei professionisti.

Il principale bias nelle ricerche è l’utilizzo di standard occidentali come modelli universali senza tenere conto di quanto il contesto socioculturale influenzi il modo in cui il paziente percepisce i propri problemi sessuali e i sintomi che riporta.

Altrettanto importante è tenere presente che in alcune nazioni taluni aspetti che nella nostra cultura vengono visti come disfunzionali, non solo sono considerati normali ma a volte persino ricercati.

In alcune zone dell’Asia e dell’Africa, ad esempio, vengono utilizzati prodotti che asciugano la lubrificazione vaginale prodotta durante l’eccitamento, con la convinzione che questa pratica possa migliorare la soddisfazione sessuale.

Anche la prevalenza di certi disturbi potrebbe essere distorta da fattori culturali: in paesi come l’Iran, l’India e la Cina è probabile che ci sia una sottostima dei disturbi legati al desiderio sessuale in quanto alle donne non è permesso provare desiderio, mentre la mancanza di orgasmo è vista come una disfunzione fisica che deve essere curata.


È quindi fondamentale chiedere nel dettaglio le caratteristiche della cultura d’origine in fase di valutazione e non solo per comprendere meglio chi ci sta di fronte, ma anche per evitare di dare indicazioni terapeutiche “culturalmente inaccettabili”.


Nella seconda parte della reviewmn si parla del fenomeno delle mutilazioni, che comprende qualunque procedura che coinvolge una parziale o totale rimozione dei genitali femminili esterni o altre lesioni per motivi culturali e non terapeutici.

Se è generalmente accettato che tale pratica,che viene fatta su minori, senza il loro consenso e in condizioni igieniche pessime, sia un fenomeno da combattere, un discorso diverso deve essere fatto per la reinfibulazione.

A seguito della nascita di un figlio molte donne chiedono che venga ricucita la ferita per ristabilire il loro senso di bellezza, normalità e un genitale coerente con la loro immagine corporea.

Alcuni chirurghi si rifiutano di assecondarle, mentre altri ritengono che il miglior compromesso sia una parziale reinfibulazione della parte superiore della vulva.


Negli ultimi decenni si è registrata un notevole aumento delle richieste per gli interventi di chirurgia estetica genitale, sia femminile che maschile, con lo scopo di raggiungere un presunto canone estetico o migliorare la performance sessuale.

Se già viene visto con perplessità un intervento su organi sani che potrebbe comprometterne la funzionalità, la mancanza di consapevolezza di quale sia la reale variabilità individuale e il rischio di avere a che fare con pazienti affetti da disturbo dismorfofobico, rende la questione ancora più controversa.


Interessante è la riflessione, volutamente provocatoria, che accosta la chirurgia estetica genitale e le mutilazioni genitali femminili: entrambe le procedure comportano modificazioni ai genitali per ragioni non terapeutiche e per ridurre o aumentare, a seconda delle prescrizioni culturali, le funzioni sessuali e il desiderio di accrescerne la bellezza.


La review presa in esame spinge i professionisti che lavorano in ambito sessuologico e neurologico a compiere una riflessione, siamo anche noi persone immerse in una cultura che, spesso inconsapevolmente, plasma il nostro modo di pensare, ritenersi di mentalità aperta solo perché ci si occupa di sessuologia non basta, bisogna sempre essere pronti a mettersi in discussione.


L’Italia è un paese con un alto tasso di immigrazione e questo ci obbliga a prestare attenzione al tema.

È auspicabile, per il benessere dell’immigrato, che si raggiunga un compromesso tra gli aspetti della cultura di origine e quella ospitante anche nell’ambito della sessualità: un irrigidimento nelle proprie tradizioni o un’accettazione acritica delle nuove norme possono nascondere un profondo malessere.

Di conseguenza, non dobbiamo accettare tutto ciò che un paziente porta in fase di valutazione per timore di non essere “politicamente corretti”, ma dobbiamo stare attenti a non imporre involontariamente la nostra idea di normalità.


Per quanto riguarda la chirurgia, è importante stimolare la riflessione su temi così controversi.

Particolarmente efficace è la scelta di accostare tematiche apparentemente contrastanti per smascherare quanto ancora la nostra visione può essere filtrata da un nostro concetto di normalità.

I ricercatori devono tenere ben presente che ciò che dobbiamo raggiungere è il benessere della persona, anche a costo di mettere in discussione le nostre convinzioni.

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