Adriano Bruni

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Domenica, 03 Settembre 2017 10:03

PAESE CHE VAI SESSUALITA' CHE TROVI

In una review pubblicata nel 2016 sul Journal of Sexual Medicine, viene analizzata l‘influenza della cultura nelle disfunzioni sessuali e vengono fatte delle considerazioni etiche riguardo alle mutilazioni genitali femminili e alla chirurgia estetica genitale.


Per quanto riguarda la prima tematica, gli autori sostengono che le componenti culturali e sociali spesso non vengono adeguatamente tenute in considerazione.

Un atteggiamento “politicamente corretto”, una mancanza di conoscenza dei diversi costumi morali o visioni troppo rigide delle disfunzioni sessuali possono ostacolare un’appropriata indagine su come il comportamento sessuale possa venire influenzato.

Le credenze culturali e religiose riguardo al sesso, così come i messaggi dei media, hanno un ascendente tanto inconsapevole quanto potente: pensiamo, ad esempio, all’impatto che può avere nei casi di dispareunia l’idea che la donna, per avere una sessualità appagante e per soddisfare realmente il proprio partner, debba avere rapporti penetrativi.


Un concetto che sta acquisendo sempre più rilevanza con i massicci fenomeni di immigrazione è quello di “acculturazione”, ovvero il processo di adattamento di una persona immigrata in una nazione che possiede una cultura molto diversa da quella di origine.

Questo fenomeno riguarda anche la sessualità e va pertanto tenuto in considerazione nei colloqui con individui o coppie immigrate; tuttavia, l’assenza di dati accurati riguardanti il resto del mondo complica il già non facile lavoro dei professionisti.

Il principale bias nelle ricerche è l’utilizzo di standard occidentali come modelli universali senza tenere conto di quanto il contesto socioculturale influenzi il modo in cui il paziente percepisce i propri problemi sessuali e i sintomi che riporta.

Altrettanto importante è tenere presente che in alcune nazioni taluni aspetti che nella nostra cultura vengono visti come disfunzionali, non solo sono considerati normali ma a volte persino ricercati.

In alcune zone dell’Asia e dell’Africa, ad esempio, vengono utilizzati prodotti che asciugano la lubrificazione vaginale prodotta durante l’eccitamento, con la convinzione che questa pratica possa migliorare la soddisfazione sessuale.

Anche la prevalenza di certi disturbi potrebbe essere distorta da fattori culturali: in paesi come l’Iran, l’India e la Cina è probabile che ci sia una sottostima dei disturbi legati al desiderio sessuale in quanto alle donne non è permesso provare desiderio, mentre la mancanza di orgasmo è vista come una disfunzione fisica che deve essere curata.


È quindi fondamentale chiedere nel dettaglio le caratteristiche della cultura d’origine in fase di valutazione e non solo per comprendere meglio chi ci sta di fronte, ma anche per evitare di dare indicazioni terapeutiche “culturalmente inaccettabili”.


Nella seconda parte della reviewmn si parla del fenomeno delle mutilazioni, che comprende qualunque procedura che coinvolge una parziale o totale rimozione dei genitali femminili esterni o altre lesioni per motivi culturali e non terapeutici.

Se è generalmente accettato che tale pratica,che viene fatta su minori, senza il loro consenso e in condizioni igieniche pessime, sia un fenomeno da combattere, un discorso diverso deve essere fatto per la reinfibulazione.

A seguito della nascita di un figlio molte donne chiedono che venga ricucita la ferita per ristabilire il loro senso di bellezza, normalità e un genitale coerente con la loro immagine corporea.

Alcuni chirurghi si rifiutano di assecondarle, mentre altri ritengono che il miglior compromesso sia una parziale reinfibulazione della parte superiore della vulva.


Negli ultimi decenni si è registrata un notevole aumento delle richieste per gli interventi di chirurgia estetica genitale, sia femminile che maschile, con lo scopo di raggiungere un presunto canone estetico o migliorare la performance sessuale.

Se già viene visto con perplessità un intervento su organi sani che potrebbe comprometterne la funzionalità, la mancanza di consapevolezza di quale sia la reale variabilità individuale e il rischio di avere a che fare con pazienti affetti da disturbo dismorfofobico, rende la questione ancora più controversa.


Interessante è la riflessione, volutamente provocatoria, che accosta la chirurgia estetica genitale e le mutilazioni genitali femminili: entrambe le procedure comportano modificazioni ai genitali per ragioni non terapeutiche e per ridurre o aumentare, a seconda delle prescrizioni culturali, le funzioni sessuali e il desiderio di accrescerne la bellezza.


La review presa in esame spinge i professionisti che lavorano in ambito sessuologico e neurologico a compiere una riflessione, siamo anche noi persone immerse in una cultura che, spesso inconsapevolmente, plasma il nostro modo di pensare, ritenersi di mentalità aperta solo perché ci si occupa di sessuologia non basta, bisogna sempre essere pronti a mettersi in discussione.


L’Italia è un paese con un alto tasso di immigrazione e questo ci obbliga a prestare attenzione al tema.

È auspicabile, per il benessere dell’immigrato, che si raggiunga un compromesso tra gli aspetti della cultura di origine e quella ospitante anche nell’ambito della sessualità: un irrigidimento nelle proprie tradizioni o un’accettazione acritica delle nuove norme possono nascondere un profondo malessere.

Di conseguenza, non dobbiamo accettare tutto ciò che un paziente porta in fase di valutazione per timore di non essere “politicamente corretti”, ma dobbiamo stare attenti a non imporre involontariamente la nostra idea di normalità.


Per quanto riguarda la chirurgia, è importante stimolare la riflessione su temi così controversi.

Particolarmente efficace è la scelta di accostare tematiche apparentemente contrastanti per smascherare quanto ancora la nostra visione può essere filtrata da un nostro concetto di normalità.

I ricercatori devono tenere ben presente che ciò che dobbiamo raggiungere è il benessere della persona, anche a costo di mettere in discussione le nostre convinzioni.

Un argomento ampiamente dibattuto in psichiatria è costituito dalla formulazione della diagnosi di disturbo mentale.

 

Per molto tempo, infatti, le diagnosi psichiatriche sono state considerate prive di oggettività e non basate su evidenze scientifiche.

 

La pubblicazione della terza edizione del Diagnostic and Statistical Manual (DSM-III) sviluppato dall'American Psychiatric Association, introducendo i criteri operazionali per formulare la diagnosi di disturbo mentale, ha notevolmente modificato la diagnosi psichiatrica, migliorandone la riproducibilità e l'affidabilità diagnostica.

 

Nel corso del tempo, le revisioni del DSM hanno ulteriormente migliorato la validità, la riproducibilità e l'affidabilità delle diagnosi.

 

L'obiettivo fondamentale del DSM è quello di fornire un linguaggio comune ai ricercatori, ai clinici e agli operatori della salute mentale. 
 

Il Manuale di Psichiatria pubblicato dall'American Psychiatric Publishing (2014) è un valido strumento per comprendere e applicare nella pratica clinica i criteri diagnostici contenuti nel DSM-5.

 

Questo manuale rappresenta una guida pratica, concisa e completa per la formazione e l'apprendimento continuo di tutti coloro che si occupano di psichiatria; è particolarmente aderente al DSM-5, come dimostrato dal fatto che tra gli autori del manuale figurano numerosi esperti, ricercatori e clinici che hanno partecipato al processo di aggiornamento del DSM-5.
 

Il manuale rappresenta uno strumento maneggevole e aggiornato, che viene integrato da risorse on-line (come contenuti accessibili tramite web-site e applicazioni per smartphone) per fornire informazioni sempre aggiornate. L'elemento chiave di questo manuale è l'immediatezza dei contenuti e l'impostazione estremamente pratica, con esempi di pratica clinica.


Il manuale è articolato in sezioni, che riflettono le diverse dimensioni descritte dal DSM-5; per ciascun capitolo è stato inserito un riassunto dei punti-chiave, un elenco di letture consigliate e di siti internet utili da consultare.

 

Il manuale di psichiatria della APA rappresenta sicuramente un volume che non può mancare nello scaffale di tutti gli psichiatri.

Lunedì, 14 Agosto 2017 09:22

I TRATTAMENTI PSICHIATRICI SONO INUTILI?

Nel 2012, una meta-analisi pubblicata sul British Journal of Psychiatry ha analizzato l'efficacia dei farmaci psicotropi rispetto ai farmaci anti-ipertensivi, antidiabetici e antibiotici e ha evidenziato che i farmaci psicotropi non sono meno efficaci degli altri farmaci.

In particolare, i pazienti trattati con farmaci psicotropi hanno riportato una buona risposta al trattamento, soprattutto in termini di miglioramento della sintomatologia.

Nonostante le prove di efficacia e le evidenze scientifiche disponibili, troppo spesso i trattamenti farmacologici disponibili per la cura dei disturbi mentali sono considerati poco utili, poco incisivi sul quadro clinico e associati a numerosi effetti collaterali.

Appare necessario diffondere una cultura diversa, basata sulle evidenze scientifiche e non condizionata da inutili pregiudizi o ideologie che altro non fanno che rafforzare l'immagine negativa della psichiatria, alimentando il "falso mito" di essere una disciplina poco scientifica e poco riproducibile.

Inoltre, il danno derivante da queste false conoscenze è ingente, basti pensare a quanti pazienti giungono in ritardo all'osservazione specialistica per il timore di essere discriminati o considerati "matti".

Un altro "falso mito" e argomento molto dibattuto riguarda l'efficacia e l'utilità dei trattamenti psicoterapeutici.

Recentemente un lavoro pubblicato su World Psychiatry ha messo in evidenza come l'approccio psicodinamico, al pari di altri trattamenti psicoterapeutici, sia efficace per il trattamento dei pazienti con depressione maggiore.

L'efficacia delle psicoterapie è stata dimostrata non solo sulla base del miglioramento della sintomatologia clinica, ma anche per la presenza di correlati neurobiologici, come l'incremento della produzione di fattori neurotrofici e l'aumento della plasticità cerebrale che testimonia l'efficacia di tali approcci.

Per tali motivi, numerose linee-guida internazionali, come quelle del National Institute for Clinical Excellence (NICE), del Canadian Network for Mood and Anxiety Treatments (CANMAT), e le linee-guida dell'American Psychiatric Association (APA) suggeriscono di trattare i principali disturbi mentali con approcci integrati, utilizzando sia trattamenti farmacologici che psicoterapici, in quanto è stato dimostrato il sinergismo positivo esistente tra i vari approcci, al fine di poter ottenere la recovery completa del paziente.

L’esercizio fisico migliora le capacità cognitive, combatte malattie cardiovascolari, infezioni e tumori.

Due ore, solo due ore settimanali di attività fisica, fanno così tanto bene da far guadagnare sei anni di vita.

Secondo uno studio di ricercatori danesi il moto ridurrebbe il rischio di mortalità del 44%.

Il mantra è sempre di più muoversi, perché fa bene alla salute ed anche all’umore.

L’obiettivo della Organizzazione Mondiale Della Sanità( OMS ) è del 10% l’inefficiente attività fisica entro il 2025.

L’inattività è considerata  il quarto più importante fattore di rischio per la mortalità a livello globale, con un impatto negativo sulla sanità pubblica più alto di quello che si può pensare.

Gli Italiani poi sono tra i più sedentari, il 60% ammette di non praticare sport o attività fisica, contro una media europea del 42%.

Bisogna premettere che attività fisica non è sinonimo di sport.

Muoversi per fare lavori domestici, una camminata, ballare, dedicarsi al giardinaggio o al bricolage è attività fisica moderata.

Altra cosa è invece praticare uno sport e non necessariamente a livello agonistico.

Secondo l’OMS bisogna fare moto per almeno 150 minuti a settimana, 30 minuti di camminata al giorno per cinque giorni a settimana e l’obiettivo è raggiunto.

Uno studio di ricercatori americani in ambito geriatrico, dimostra che il movimento fa bene anche al cervello ed al decadimento cognitivo.

Il miglioramento della funzione cognitiva è legato all’aumento della forza muscolare.

Le persone più diventano forti, maggiore è il beneficio che si ottiene a livello cerebrale.

L’attività fisica moderata è fondamentale per l’anziano, non solo per prevenire le malattie cardiovascolari ma anche per ottenere benefici per la memoria e le capacità cognitive.

Negli adulti e nei giovani sono importanti sia l’attività aerobica, sia quella per la forza. Unendo i due tipi di esercizio fisico si possono ottenere vantaggi aggiuntivi per la salute in toto, incluse la riduzione dell’incidenza di alcuni tumori e la prevenzione dell’osteoporosi.

Soprattutto, e a tutte le età, il maggiore beneficio è sul metabolismo, come hanno scoperto alcuni ricercatori italiani. Hanno osservato che durante l’esercizio il muscolo scheletrico produce una molecola chiamata irisina, responsabile degli effetti positivi dell’attività fisica sul metabolismo dell’organismo.

I vantaggi maggiori si hanno sulla sensibilità e la resistenza all’insulina.

Lo studio suggerisce una correlazione tra performance sportive, sensibilità all’insulina e livelli di irisina.

L’ irisina può essere dunque un potenziale mediatore degli effetti benefici dell’esercizio fisico sul profilo metabolico.

Una semplice camminata arreca importanti benefici, venti o trenta minuti più o meno veloce sono una attività fisica importante, specie per chi non si può dedicare ad uno sport.

La camminata è poi altrettanto efficace del correre nel ridurre il rischio di malattie  cardiache ed inoltre bastano pochi minuti passati camminando in un ambiente naturale, come un parco, per migliorare la salute mentale e fisica e ridurre la pressione arteriosa.

Una settimana di abbuffate basta a danneggiare il controllo della glicemia e la sensibilità all’insulina, oltre che a regolare i chili di troppo.

L’ esercizio fisico svolge un ruolo protettivo sia nella prevenzione dei chili superflui che nella risposta metabolica del tessuto del tessuto adiposo, tamponando efficacemente gli effetti nefasti di brevi ed intensi periodi di sgarri alimentari.

L’attività fisica è come un farmaco, troppo poco non serve, troppo fa male. Effettivamente l’attività moderata si è dimostrata più efficace nel promuovere la salute rispetto a quella intensa, che in certi casi può causare stress ossidativo.

Durante lo sforzo legato a pratica agonistica si realizzano contemporaneamente tutte le condizioni di produzioni di radicali liberi,condizione  energetica metabolica e reattiva  e può accadere che le riserve di antiossidanti non siano sufficienti a controbilanciare le sostanze ossidanti.

L’eccesso di radicali liberi dell’allenamento intenso, in soggetti allenati è controbilanciato da un aumento delle sostanze antiossidanti.

Non si deve identificare l’esercizio fisico salutare con la sola attività aerobica, è importante anche la forza. Non bisogna improvvisarsi atleti, il rischio maggiore è fare attività fisica o sport senza prima un adeguato controllo medico, poiché l’attività cardiovascolare e muscolo scheletrica possono subire danni in caso di patologie sottostanti non controllate come cardiopatie misconosciute o patologie articolari.

Altro rischio è la sindrome da super allenamento in cui si instaurano meccanismi fisiologici che vanno a contrastare i benefici dell’attività fisica stessa.

L’eccesso può portare con se diversi problemi e sfociare persino in una sorta di psicosi arrivando a strafare, caricandosi di stress eccessivi e facendo attività fisica pur non avendone necessità.

Non è un caso che i maniaci del fitness spesso soffrono di ansia, depressione, disturbi da iperattività, deficit dell’attenzione e disturbo ossessivo compulsivo ed altre manie. 

La presenza di un defibrillatore a portata di mano è una garanzia di maggiore sopravvivenza in caso di arresto cardiaco improvviso.

A garantire questa sicurezza sono le teche tele controllate.

Con un GPS e un sensore garantiscono di avere sempre al proprio fianco un operatore della centrale di soccorso.

Ecco come funzionano.

Scuole, centri sportivi, palestre, centri commerciali, grandi magazzini o piazze affollate di turisti che siano, l’importanza del defibrillatore pubblico e accessibile dovunque è ormai una certezza confermata da decine di studi scientifici nel mondo.


Rimane solo un problema, quando c’è da rianimare una persona colpita da arresto cardiaco improvviso, stiamo parlando di sessanta mila vite ogni anno, da salvare, sapere con precisione dove si trova il defibrillatore più vicino, e sapere se il defibrillatore è funzionante.


Le case produttrici sono tutte in grado di fornire prodotti che per tre, quattro o cinque anni sono sotto garanzia di funzionamento.

Ma non sempre c’è la protezione adeguata affinché il defibrillatore rimanga operativo.

L’azienda Emergency Focus propone soluzioni di monitoraggio e tracciamento dei defibrillatori, con teche controllate di assoluta qualità.

Tramite la console AED Proximus™ è possibile trasformare una teca per defibrillatori in una postazione salva-vita tecnologicamente avanzata.

Il monitoraggio del defibrillatore da remoto, 24 ore su 24 e senza operatore, è possibile grazie a un dispositivo integrato con sensore optoelettronico che rileva l’eventuale accensione dei LED o delle icone di malfunzionamento utilizzate dal Defibrillatore per segnalare lo stato di guasto.

Il Dispositivo integrato può essere dotato di uno speciale sistema di comunicazione bidirezionale che permette l’allertamento dei soccorsi e la geolocalizzazione satellitare (GPS) del AED, munito di microfono e altoparlante, permette sia di mettere in comunicazione in tempo reale chi possiede il dispositivo, es. soccorritore laico, con i numeri di emergenza memorizzati in caso di pericolo (es. 112/118 che potrebbe supportare da remoto il soccorritore), che la sua geolocalizzazione individuando la posizione corrente del defibrillatore e velocizzando così le procedure di soccorso avanzato.


Questo significa, in pratica, che con la teca di Emergency Focus gli operatori del 118 hanno tutti gli strumenti per guidare secondo dopo secondo, passo dopo passo, qualsiasi astante affinché effettui una defibrillazione precoce in tempo ridottissimo.

Il sistema di telecontrollo e geolocalizzazione delle teche permette di sapere subito e senza dubbi dove si trova il AED più vicino, e questo è fondamentale per l’operatore della centrale 118 che riceve la chiamata.

Saper dire all’astante che “il defibrillatore più vicino è a 100 metri sulla sua destra, mandi qualcuno a prenderlo subito” garantisce rapidità di esecuzione e di intervento.


Ma la tecnologia non si ferma solo a questo. Per avere la sicurezza che il defibrillatore sia operativo e pronto ad essere usato in caso di arresto cardiaco le teche di contenimento dei defibrillatori sono nel tempo sempre più diventate connesse.

Quando la teca del defibrillatore viene aperta parte dal dispositivo di controllo collegato al AED una chiamata al 118, un messaggio di allerta ai soccorritori first responder che hanno installato l’app di primo intervento, un segnale di localizzazione GPS per sapere dove si trova il AED e quindi dove far arrivare l’ambulanza con precisione e da modo ai soccorritori più vicini di intervenire con tempestività, aiutando l’astante che ha attivato l’allarme.
 
Il servizio di teca offerto dalla EmergencyFocus però non finisce con la fornitura della struttura che ospita il defibrillatore. Parte molto prima e arriva molto oltre, per dare la massima capacità operativa in qualunque situazione.

Il software AED Proximus™ è il complemento perfetto di un hardware pensato per localizzare al meglio il defibrillatore e portare a fianco del first responder un infermiere di centrale operativa.


AED sempre sotto controllo, in qualunque situazione

Il servizo di telecontrollo quindi permette di avere molte informazioni immediate e fondamentali dal punto di vista sanitario.

Sapendo che i defibrillatori telecontrollati possono aiutare così tanto le persone che si ritrovano ad assistere ad un arresto cardiaco, diventa sempre più facile diffondere questo fondamentale strumento in tutta Italia.

Ma c’è un servizio in più che è fondamentale per chi opera professionalmente nel servizio di emergenza urgenza.

Si tratta del lavoro che “non si vede” ed è nascosto nel cuore del progetto Emergency Focus. Il software di monitoraggio e di gestione dei AED infatti permette di sapere da remoto, 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno quali sono i defibrillatori funzionanti e dove sono. Questo è un grande vantaggio per la rete delle Centrali Operative: non significa solo avere allerte immediate e precise, ma anche pianificare la manutenzione dei
defibrillatori, avere report continui sullo stato della teca e mantenere sempre funzionante una videosorveglianza che protegge anche dai balordi e dai vandali.

Non stiamo parlando di poco, spesso i defibrillatori sono “dimenticati” nei cassetti o la manutenzione del dispositivo non viene correttamente effettuata.

Sapere con precisione cosa fare e quando farlo, è una questione di grande importanza.


Le nuove teche sviluppate da Emergency Focus oltre al telecontrollo hanno la possibilità di istruzioni video direttamente sulla teca, uno strumento di informazione a disposizione di tutte quelle persone che non sanno ancora quanto è importante avere un defibrillatore accessibile e vicino quando accade un arresto cardiaco.

Perché la defibrillazione precoce è uno dei cinque anelli fondamentali per la rianimazione cardiopolmonare, e fa parte dei tre passaggi che proprio il passante, il bystander che vede l’evento o che per primo presta soccorso, può mettere in pratica per salvare la vita di una persona, insieme al massaggio cardiaco e a una rapida attivazione dei servizi di emergenza.

E’ importante ricordare che andare in vacanza non significa che anche le nostre malattie vanno in ferie.

E’ bene dunque rispettare alcune semplici regole, per godere appieno dei benefici dell’estate, senza rischiare di finire in pronto soccorso.

Il caldo ha un impatto importante sull’apparato cardiocircolatorio perché determina vasodilatazione, fa lavorare di più il cuore, espone al rischio di disidratazione per l’aumento della sudorazione.

Anche i non cardiopatici possono presentare crisi ipotensive, precedute da sintomi d’allarme quali vertigini, palpitazioni, senso di mancamento, necessità di assumere la posizione sdraiata.


I consigli per i pazienti con ipertensione arteriosa.

I soggetti con ipertensione arteriosa in trattamento, durante l’estate devono controllare più spesso la pressione e dovrebbero discutere con il medico l’eventualità di ridurre la terapia durante il periodo più caldo, evitando però di variare da soli la terapia.

In estate andrebbero ridotti o, se possibile, evitati i diuretici che espongono a disidratazione, perdita di potassio e squilibri elettrolitici, qualche rischio può venire anche dai farmaci vasodilatatori, quali calcio-antagonisti e nitroderivati; attenzione infine anche agli ACE-inibitori e agli antagonisti dell’angiotensina, dotati anch’essi di un’azione vasodilatatrice.

Attenzione agli sbalzi di temperatura.

I pazienti affetti da ipertensione o scompenso cardiaco dovrebbero evitare gli sbalzi di temperatura.

Esporsi a lungo al sole per poi tuffarsi in acque fredde, al mare, come al lago o in piscina, può provocare una congestione, soprattutto nei soggetti in trattamento farmacologico.

In casa, un ragionevole uso dell’aria condizionata, soprattutto nelle ore più calde, può essere consigliabile.

Evitare di uscire di casa nelle ore più calde.

La prudenza è d’obbligo in montagna.

L’aria in montagna è caratterizzata da una ridotta pressione parziale d’ossigeno e questo aumenta il lavoro del cuore che tende a compensare la ridotta ossigenazione con un aumento della frequenza cardiaca e della pressione.


Non è infrequente dunque assistere a crisi ipertensive nei soggetti ipertesi, episodi di angina pectoris o addirittura sindromi coronariche acute nei soggetti affetti da cardiopatia ischemica.

E anche in chi soffre di scompenso cardiaco, la terapia prescritta a livello del mare, può risultare insufficiente al di sopra dei 1.000 metri.

I cardiopatici che si recano in vacanza in montagna dovrebbero dunque informare il proprio medico della destinazione scelta per le vacanze, per consentirgli di adeguare opportunamente la terapia.

Per queste categorie di pazienti sono sconsigliate le quote oltre i 1.500 metri.

E’ bene raggiungere la destinazione in quota ‘a tappe’, magari facendo una sosta di 1 o 2 ore durante la strada che porta verso la località prescelta.

Anche all’attività fisica è bene accostarsi con gradualità, una volta arrivati alla meta.

Nei primi giorni non conviene farsi prendere troppo dall’entusiasmo lanciandosi in passeggiate o gite in bicicletta estenuanti.

Bisogna dar tempo all’organismo e al cuore di adattarsi alle nuove condizioni climatiche e di quota, facendo un’attività fisica molto moderata nelle prime 48 ore, per poi aumentarla gradualmente nei giorni successivi.

A tavola in vacanza.

L’alimentazione in montagna, soprattutto nei primi giorni, deve essere più leggera, per evitare un sovraccarico di lavoro al cuore, sia per l’alta quota che per un’alimentazione troppo ricca.

Se si trova al mare o in località calde, è fondamentale curare l’idratazione. E’ bene bere almeno 1,5 - 2 litri al giorno (a meno che il medico non lo sconsigli, per la presenza di patologie specifiche), possibilmente facendo uso di bevande non gassate ma ricche di elettroliti o vitamine, come spremute d’arancia o limonata. I cibi da preferire sono quelli ad elevato contenuto di acqua e facilmente digeribili, quindi verdura, frutta, fibre e carboidrati, pesce; sconsigliati invece i cibi ricchi di grassi animali e i condimenti troppo pesanti.

Da evitare infine, soprattutto nelle ore più calde, le bevande alcoliche.

Pronti in caso di emergenza.

Quando si reca fuori città, in un luogo di villeggiatura, è bene informarsi sempre su quali siano i presidi sanitari disponibili nel luogo di soggiorno e capire come poterli raggiungerli sia telefonicamente che di persona in caso di necessità.

Giovedì, 20 Luglio 2017 06:37

IL VALORE DELLA FRAGILITA'

La fragilità non deve essere negata ne soppressa, ma ascoltata, non solo quella degli anziani e dei malati.

La fragilità equivale alla fatica di essere normali.

In una società che sembra esclusivamente votata alla performance, che ghettizza e ridicolizza i deboli ed i diversi, alla continua ricerca del successo ad ogni costo.

La fragilità, negli slogan dominanti, è l’immagine di una esperienza inutile ed antiquata, immatura e malata, estranea allo spirito del tempo.

Nella fragilità invece sono presenti i valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza, di dignità, di comunione con il destino di sofferenza di chi sta male.

Fragile è un equilibrio emozionale che si può frantumare.

Sono fragili e si possono rompere non solo le nostre emozioni, le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze ma anche le nostre parole che non sempre sanno consolare e ridare speranza al dolore.

Il significato di fragilità sconfina e in qualche modo è anche complementare da quello di debolezza e di sensibilità.

Ci sono emozioni fragili come la tristezza e la timidezza, la mitezza e la speranza, la gioia e la tenerezza, la nostalgia e le lacrime, che se non fossero fragili perderebbero il loro fulgore e il significato profondamente umano, le emozioni fragili, quelle che si scheggiano facilmente e che non resistono all’avanzata della non curanza e dell’indifferenza delle tecnologie trionfanti e degli idoli consumistici.

Ma cosa sarebbe la speranza se non fosse nutrita ed intessuta di fragilità.

Anche la gioia è un emozione fragile e luminosa, fragile è la tristezza dell’anima, la malattia porta alla luce della coscienza le nostre umane fragilità e ne crea delle altre ancorate all’angoscia, che di fatto è angoscia della morte.

Ciascuno rivive il suo essere malato in modi diversi e se si vuole essere di aiuto a chi sta male, si deve saper ascoltare anche le parole inespresse del dolore e della fatica di vivere, del silenzio e della nostalgia.

Non ci sono solo le fragilità del corpo, dell’anima, che sono chiaramente visibili, ma ci sono anche le fragilità che si nascondono nella sensibilità, ferite della timidezza e della tristezza, dell’inquietudine dell’anima e del silenzio, sono umane fragilità che ci passano accanto nella vita di ogni giorno e non è facile riconoscerle.

Riconoscere le fragilità che vivono segrete nel cuore delle persone, nei diversi luoghi ed in momenti nella loro vita, è cosa ancora più importante che non quello di riconoscere le fragilità che sono in noi.

Nella vita è così facile non accorgersi delle ferite dell’anima, delle persone, dei pazienti.

Le possiamo riconoscere allontanandoci soltanto dalle febbrili occupazioni quotidiane che ci distraggono dalla nostra vita interiore e, recuperando la solitudine che consente di scendere nelle profondità del nostro io, svelandoci la fragilità che sono in noi e quelle che sono in altri.

La fragilità è desiderio di ascolto, di servizi a sé ed agli altri che ci consente di sfuggire al fascino segreto delle ideologie, al deserto dell’indifferenza e dell’egoismo, all’aggressività ed alla violenza.

Le persone fragili conoscono la tristezza dell’anima e non l’immagine gelida del potere, sono inclini di natura ad ascoltare le persone che hanno bisogno di aiuto, le più sole e, le più povere.

Quindi fragilità, che è ombra, notte oscura dell’anima, ma è anche grazia, linee luminose della vita, destino comune che in quanto tale ci avvicina agli altri.

 

Giovedì, 13 Luglio 2017 20:15

IL FEMMINICIDIO E LE SUE MOTIVAZIONI

Il termine "femminicidio" indica qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne con lo scopo di subordinare e di distruggere l'identità della donna attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla morte.

Il femminicidio rappresenta una forma di violenza contro le donne che può assumere molteplici forme.

Per poter parlare di femminicidio, è necessario dimostrare il nesso di causalità tra il crimine perpetrato e il genere femminile della vittima, insieme con l'intenzionalità a compiere il reato.

Secondo il rapporto Eures-Ansa (2012), nel periodo 2000 - 2011 sono stati riportati più di 2000 casi di femminicidi, con il picco massimo nel 2011, dove il 30% degli omicidi commessi riguardava una donna.

È stato osservato che quasi la metà dei femminicidi sono compiuti dall'ex partner e nella maggior parte dei casi il reato si verifica nell'ambiente domestico (82% dei casi).

In particolare, solitamente il reato si verifica nei tre mesi successivi alla decisione - da parte della vittima - di interrompere la relazione, altre motivazioni a compiere il femminicidio sono incomprensioni familiari o difficoltà economiche.

Gli aggressori sono in genere di sesso maschile, di età compresa tra 25 e 49 anni, e molto spesso sono persone conosciute dalle vittime.

Sono stati identificati numerosi fattori di rischio per coloro che commettono il reato, quali il possesso di un'arma da fuoco, una situazione economica precaria, la disoccupazione, l'isolamento sociale, l'abuso di sostanze o di alcol, la presenza di un disturbo antisociale o borderline di personalità.

Inoltre, da un punto di vista psicologico, è stato evidenziato che lo stile di attaccamento - cioè l'insieme di comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico fra due persone - rappresenta un elemento essenziale per comprendere gli episodi di femminicidio e il livello di aggressività e violenza presenti nel nucleo familiare.

In particolare, nelle famiglie in cui emerge uno stile di attaccamento del tipo "sicuro/sicuro", cioè dove ciascun membro della coppia mostra fiducia in sé stesso e nella relazione, è quello associato a minor livello di aggressività interna.

Invece, il rischio di violenza, sia fisica che psicologica, è maggiore nel caso dello stile di attaccamento "insicuro/insicuro". Inoltre, i partner di sesso maschile con stile di attaccamento insicuro, quando si sentono minacciati dal pericolo di perdere la figura d'attaccamento, tendono a sviluppare comportamenti violenti crescenti.


Sono stati identificati anche alcuni fattori di rischio per le vittime di reato di femminicidio come, ad esempio, la presenza di una storia di comportamenti violenti da parte del partner, separazione da un partner da cui sono state subìte violenze, aver subìto una violenza sessuale, aver subìto abusi fisici e psicologici durante la gravidanza, stalking.

Le violenze perpetrate nei confronti delle donne - fino al femminicidio - rappresentano un fenomeno dilagante nella società attuale, e appare quindi necessario promuovere campagne informative e di sensibilizzazione su questi temi e su come identificare precocemente segnali di allarme e di pericolo imminente.

Nel 2013, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato delle linee-guida sull'assistenza da fornire alle donne vittime di violenza.

In particolare, secondo l'OMS è necessario fornire informazioni sulle possibili conseguenze che le violenze e gli abusi possono avere sulla salute fisica e mentale delle donne, come ad esempio comparsa di disturbi del sonno, disturbi ansioso-depressivi, disturbi legati allo stress, abuso di alcol e/o di sostanze.

Pertanto, è necessario promuovere un servizio di supporto che non sia troppo invadente per la donna, ma che sia in grado di fornire informazioni non solo sugli aspetti sanitari ma anche legali, garantendo la massima discrezione e confidenzialità delle informazioni fornite; inoltre, può essere utile offrire un trattamento integrato farmacologico e psicologico nei casi più seri.

Venerdì, 07 Luglio 2017 11:19

DISTURBI DEL CICLO SONNO - VEGLIA

I disturbi del ciclo sonno-veglia includono:

• il disturbo da insonnia;
• il disturbo da ipersonnolenza;
• la narcolessia;
• i disturbi del sonno correlati alla respirazione;
• i disturbi circadiani del ritmo sonno-veglia;
• i disturbi dell'arousal del sonno non-REM;
• i disturbo da incubi;
• il disturbo comportamentale del sonno REM;
• la sindrome delle gambe senza riposo;
• il disturbo del sonno indotto da sostanze/farmaci.

L'elemento comune a tutti questi disturbi è la presenza di un'alterazione della qualità o quantità del sonno.

I principali cambiamenti introdotti con la pubblicazione del DSM-5 sono stati la riduzione del numero dei disturbi non altrimenti specificati e l'inserimento in specifiche categorie diagnostiche.

Il disturbo da insonnia include le precedenti forme di insonnia primaria e secondaria.

Questo disturbo si caratterizza per la presenza di un periodo di almeno tre mesi con difficoltà ad iniziare o mantenere il sonno o per la presenza di risvegli precoci.

Tali difficoltà devono essere presenti per almeno 3 volte alla settimana, per almeno 3 mesi.

Sono stati inclusi gli specificatori per il decorso del disturbo, quali episodico (i sintomi durano per almeno 1 mese, ma meno di 3 mesi); cronico (i sintomi durano per almeno 3 mesi o più); ricorrente (due o più episodi nel corso di 1 anno).

Nel DSM-5 è stata distinta la narcolessia da tutte le altre forme di ipersonnolenza.

L'elemento diagnostico essenziale per formulare la diagnosi di narcolessia è costituito dalla presenza di basse concentrazioni di ipocretina nel liquor cefalorachidiano a cui bisogna associare una polisonnografia del sonno notturno che mostra una breve latenza del sonno REM.

Nell'ambito dei disturbi del sonno correlati alla respirazione, la maggiore conoscenza dei meccanismi patogenetici alla base delle apnee ha permesso di distinguere differenti forme cliniche quali: l'apnea/ipopnea ostruttiva del sonno; l'apnea centrale del sonno; l'ipoventilazione correlata al sonno.

Elemento essenziale per formulare la diagnosi è rappresentato dall'esame polisonnografico che permette di identificare la causa alla base dell'apnea notturna.


I disturbi circadiani del ritmo sonno-veglia sono caratterizzati da un'alterazione del ritmo circadiano.

Nel DSM-5 sono stati introdotti gli specificatori, tipo fase di sonno ritardata, tipo fase di sonno anticipata, tipo ritmo sonno-veglia irregolare, tipo ritmo sonno-veglia diverso dalle 24 ore, tipo lavoro con turni, per caratterizzare ciascuna forma clinica.

Inoltre, il disturbo da cambio di fusi orari (jet lag) è stato eliminato.

Le parasonnie sono caratterizzate da comportamenti anomali o da eventi fisiopatologici che si verificano durante specifici stadi del sonno o nei passaggi sonno-veglia.

Sono stati definiti diversi quadri clinici, quali: disturbi dell'arousal del sonno non-REM, caratterizzati da episodi di risvegli incompleti dal sonno con episodi di sonnambulismo, terrori nel sonno e successiva amnesia degli episodi; il disturbo da incubi, caratterizzato da episodi di sogni prolungati che implicano minacce per la sopravvivenza, al cui risveglio il soggetto è vigile; il disturbo comportamentale del sonno REM, con episodi di vocalizzazione o comportamenti motori complessi durante il sonno; la sindrome delle gambe senza riposo, caratterizzata dal bisogno di muovere gli arti inferiori, che peggiora di notte, deve essere presente per almeno 3 mesi, per 3 volte alla settimana.

Disegno e validazione di uno strumento diagnostico semplice e affidabile per la pratica clinica.


In accordo con la definizione dell'International Association for the Study of Pain (IASP) per “dolore neuropatico” si intende un qualsiasi dolore che comincia o è causato da una lesione primaria o da una disfunzione del Sistema Nervoso.

Il termine include, così, un'ampia gamma di condizioni cliniche difficili da trattare e la stessa definizione è stata per molto tempo oggetto di controversie.

Il primo punto di discussione è la parola “disfunzione”, considerata troppo vaga da molti medici perché include anche problematiche non associate alle lesioni.


A livello clinico il dolore neuropatico è caratterizzato generalmente da un'associazione di sintomi sensoriali non specifici positivi e negativi, ma ciò non può essere considerato un criterio diagnostico.

Generalmente la diagnosi delle lesioni nervose o somatiche si basano sulla storia medica, un esame fisico, elettromiografia e/o imaging.

Alcuni studi si sono proposti di comparare direttamente le caratteristiche del dolore associato ad una lesione neurologica con quelle legate ad altre lesioni somatiche ma le metodiche utilizzate non sono state in grado di determinare in modo semplice la specificità del dolore associato a un danno nervoso.
Un panel di esperti del French Neuropathic Pain Group ha cercato così di risolvere tale problema diagnostico con uno studio prospettico nche ha confrontato i pazienti con dolore cronico associato a danni neurologici o somatici al fine di identificare i sintomi preferenzialmente o selettivamente associati alle lesioni nervose.

Per questa analisi è stato realizzato e utilizzato un questionario definito neuropathic pain four questions (DN4) che include indicazioni sul dolore e informazioni legate alla valutazione del paziente a letto.

Il questionario è stato somministrato a 160 pazienti che riportavano dolori associati a lesioni somatiche o neurologiche definite.

Si è potuto così osservare che le cause più comuni delle lesioni nervose sono: lesione traumatica del nervo, nevralgia post-erpetica e dolore post-ictus.

I danni non neurologici, invece, sono rappresentati da osteoartriti, artropatie infiammatorie e lombalgia.


La struttura del questionario parte da una lista, stilata dagli esperti, di segni e sintomi associati ai dolori neuropatici.

Due macro-questioni (I e II) affrontate nel test DN4 sono basate sull’intervista al paziente da parte del medico e sono volte all’identificazione e alla descrizione del dolore e della parestesia/disestesia all’interno dell’area dolorante.

Gli altri due punti del questionario (III e IV) riflettono invece le valutazioni cliniche standard legate ai deficit sensoriali.

Ai fini della validazione di tale strumento ogni paziente coinvolto nello studio è stato visitato da due medici nel giro di 3 giorni che hanno posto la loro diagnosi indipendentemente l’uno dall’altro e sulla base delle valutazioni cliniche usuali.

Per ogni risposta positiva al questionario viene attribuito un punteggio di 1 e 0 per quelle negative.

Il punteggio totale è dato dalla somma dei valori delle risposte considerando come valore soglia per la diagnosi del dolore neuropatico un punteggio totale di 4/10.

Da questo studio è emerso che:

• i punti I e II mostrano delle differenze significative nella prevalenza delle caratteristiche sensoriali descritte tra dolore neuropatico e non-neuropatico
• i deficit sensoriali analizzati nei punti III e IV sono risultati più frequenti nel dolore di natura neuropatica rispetto a quello non-neuropatico
• le risposte al test non consentono di distinguere le lesioni periferiche da quelle centrali tranne che per le informazioni relative all’incremento del dolore da pressione, molto più frequente nei pazienti con una lesione periferica.


Il confronto sistematico tra pazienti con dolore neuropatico e quelli con dolore non-neuropatico ha evidenziato che diversi segni e sintomi sono significativamente più frequenti nei pazienti con una lesione neurologica, dimostrando un chiaro valore discriminante di questo tipo di analisi.

In particolare l’associazione di sintomi dolorosi e parestesia/disestesia ha un’alta specificità e un importante valore diagnostico.


Alcuni casi casi clinici ben descritti dagli autori hanno confermato la validità del questionario DN4, effettuato una volta stabilita la presenza di una neuropatia attraverso uno screening iniziale, al fine di stabilire una connessione tra questa e il dolore.

Per la diagnosi di dolore neuropatico i ricercatori hanno ritenuto opportuno somministrare il DN4, d’uso semplice ma con una accettabile accuratezza diagnostica, anche se di sensibilità limitata.

Ad ogni modo gli autori hann sottolineato la necessità di valutare accuratamente le informazioni che emergono dall’anamnesi e dall’esame clinico per escludere altre cause di dolore neuropatico.


La diagnosi e l’identificazione dei processi patologici alla base del dolore cronico richiedono, infatti, sempre un esame clinico e un’accurata valutazione sensoriale.

Il DN4 è un questionario sviluppato da Bouhassira e colleghi che utilizza sia descrittori verbali indicati dal paziente che segni neurologici rilevati dal medico.

Il questionario DN4 costituisce, dunque, un importante strumento diagnostico ossia un valido aiuto nella ricerca clinica e nella pratica medica giornaliera, considerando che è:


• semplice da utilizzare
• capace di stimare lo stato reale del fenomeno osservato
• sensibile, in grado di cogliere le variazioni d’intensità dell’evento considerato
• affidabile (preciso e riproducibile)


Grazie allo sviluppo e alla validazione di questo test è possibile affermare che una semplice combinazione di sintomi consente di distinguere un dolore associato ad un danno del sistema nervoso rispetto a quello legato a lesioni somatiche, probabilmente perché riflettono le differenze tra i meccanismi patologici alla base delle diverse condizioni.