Adriano Bruni

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Giovedì, 20 Luglio 2017 06:37

IL VALORE DELLA FRAGILITA'

La fragilità non deve essere negata ne soppressa, ma ascoltata, non solo quella degli anziani e dei malati.

La fragilità equivale alla fatica di essere normali.

In una società che sembra esclusivamente votata alla performance, che ghettizza e ridicolizza i deboli ed i diversi, alla continua ricerca del successo ad ogni costo.

La fragilità, negli slogan dominanti, è l’immagine di una esperienza inutile ed antiquata, immatura e malata, estranea allo spirito del tempo.

Nella fragilità invece sono presenti i valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza, di dignità, di comunione con il destino di sofferenza di chi sta male.

Fragile è un equilibrio emozionale che si può frantumare.

Sono fragili e si possono rompere non solo le nostre emozioni, le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze ma anche le nostre parole che non sempre sanno consolare e ridare speranza al dolore.

Il significato di fragilità sconfina e in qualche modo è anche complementare da quello di debolezza e di sensibilità.

Ci sono emozioni fragili come la tristezza e la timidezza, la mitezza e la speranza, la gioia e la tenerezza, la nostalgia e le lacrime, che se non fossero fragili perderebbero il loro fulgore e il significato profondamente umano, le emozioni fragili, quelle che si scheggiano facilmente e che non resistono all’avanzata della non curanza e dell’indifferenza delle tecnologie trionfanti e degli idoli consumistici.

Ma cosa sarebbe la speranza se non fosse nutrita ed intessuta di fragilità.

Anche la gioia è un emozione fragile e luminosa, fragile è la tristezza dell’anima, la malattia porta alla luce della coscienza le nostre umane fragilità e ne crea delle altre ancorate all’angoscia, che di fatto è angoscia della morte.

Ciascuno rivive il suo essere malato in modi diversi e se si vuole essere di aiuto a chi sta male, si deve saper ascoltare anche le parole inespresse del dolore e della fatica di vivere, del silenzio e della nostalgia.

Non ci sono solo le fragilità del corpo, dell’anima, che sono chiaramente visibili, ma ci sono anche le fragilità che si nascondono nella sensibilità, ferite della timidezza e della tristezza, dell’inquietudine dell’anima e del silenzio, sono umane fragilità che ci passano accanto nella vita di ogni giorno e non è facile riconoscerle.

Riconoscere le fragilità che vivono segrete nel cuore delle persone, nei diversi luoghi ed in momenti nella loro vita, è cosa ancora più importante che non quello di riconoscere le fragilità che sono in noi.

Nella vita è così facile non accorgersi delle ferite dell’anima, delle persone, dei pazienti.

Le possiamo riconoscere allontanandoci soltanto dalle febbrili occupazioni quotidiane che ci distraggono dalla nostra vita interiore e, recuperando la solitudine che consente di scendere nelle profondità del nostro io, svelandoci la fragilità che sono in noi e quelle che sono in altri.

La fragilità è desiderio di ascolto, di servizi a sé ed agli altri che ci consente di sfuggire al fascino segreto delle ideologie, al deserto dell’indifferenza e dell’egoismo, all’aggressività ed alla violenza.

Le persone fragili conoscono la tristezza dell’anima e non l’immagine gelida del potere, sono inclini di natura ad ascoltare le persone che hanno bisogno di aiuto, le più sole e, le più povere.

Quindi fragilità, che è ombra, notte oscura dell’anima, ma è anche grazia, linee luminose della vita, destino comune che in quanto tale ci avvicina agli altri.

 

Giovedì, 13 Luglio 2017 20:15

IL FEMMINICIDIO E LE SUE MOTIVAZIONI

Il termine "femminicidio" indica qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne con lo scopo di subordinare e di distruggere l'identità della donna attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla morte.

Il femminicidio rappresenta una forma di violenza contro le donne che può assumere molteplici forme.

Per poter parlare di femminicidio, è necessario dimostrare il nesso di causalità tra il crimine perpetrato e il genere femminile della vittima, insieme con l'intenzionalità a compiere il reato.

Secondo il rapporto Eures-Ansa (2012), nel periodo 2000 - 2011 sono stati riportati più di 2000 casi di femminicidi, con il picco massimo nel 2011, dove il 30% degli omicidi commessi riguardava una donna.

È stato osservato che quasi la metà dei femminicidi sono compiuti dall'ex partner e nella maggior parte dei casi il reato si verifica nell'ambiente domestico (82% dei casi).

In particolare, solitamente il reato si verifica nei tre mesi successivi alla decisione - da parte della vittima - di interrompere la relazione, altre motivazioni a compiere il femminicidio sono incomprensioni familiari o difficoltà economiche.

Gli aggressori sono in genere di sesso maschile, di età compresa tra 25 e 49 anni, e molto spesso sono persone conosciute dalle vittime.

Sono stati identificati numerosi fattori di rischio per coloro che commettono il reato, quali il possesso di un'arma da fuoco, una situazione economica precaria, la disoccupazione, l'isolamento sociale, l'abuso di sostanze o di alcol, la presenza di un disturbo antisociale o borderline di personalità.

Inoltre, da un punto di vista psicologico, è stato evidenziato che lo stile di attaccamento - cioè l'insieme di comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico fra due persone - rappresenta un elemento essenziale per comprendere gli episodi di femminicidio e il livello di aggressività e violenza presenti nel nucleo familiare.

In particolare, nelle famiglie in cui emerge uno stile di attaccamento del tipo "sicuro/sicuro", cioè dove ciascun membro della coppia mostra fiducia in sé stesso e nella relazione, è quello associato a minor livello di aggressività interna.

Invece, il rischio di violenza, sia fisica che psicologica, è maggiore nel caso dello stile di attaccamento "insicuro/insicuro". Inoltre, i partner di sesso maschile con stile di attaccamento insicuro, quando si sentono minacciati dal pericolo di perdere la figura d'attaccamento, tendono a sviluppare comportamenti violenti crescenti.


Sono stati identificati anche alcuni fattori di rischio per le vittime di reato di femminicidio come, ad esempio, la presenza di una storia di comportamenti violenti da parte del partner, separazione da un partner da cui sono state subìte violenze, aver subìto una violenza sessuale, aver subìto abusi fisici e psicologici durante la gravidanza, stalking.

Le violenze perpetrate nei confronti delle donne - fino al femminicidio - rappresentano un fenomeno dilagante nella società attuale, e appare quindi necessario promuovere campagne informative e di sensibilizzazione su questi temi e su come identificare precocemente segnali di allarme e di pericolo imminente.

Nel 2013, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato delle linee-guida sull'assistenza da fornire alle donne vittime di violenza.

In particolare, secondo l'OMS è necessario fornire informazioni sulle possibili conseguenze che le violenze e gli abusi possono avere sulla salute fisica e mentale delle donne, come ad esempio comparsa di disturbi del sonno, disturbi ansioso-depressivi, disturbi legati allo stress, abuso di alcol e/o di sostanze.

Pertanto, è necessario promuovere un servizio di supporto che non sia troppo invadente per la donna, ma che sia in grado di fornire informazioni non solo sugli aspetti sanitari ma anche legali, garantendo la massima discrezione e confidenzialità delle informazioni fornite; inoltre, può essere utile offrire un trattamento integrato farmacologico e psicologico nei casi più seri.

Venerdì, 07 Luglio 2017 11:19

DISTURBI DEL CICLO SONNO - VEGLIA

I disturbi del ciclo sonno-veglia includono:

• il disturbo da insonnia;
• il disturbo da ipersonnolenza;
• la narcolessia;
• i disturbi del sonno correlati alla respirazione;
• i disturbi circadiani del ritmo sonno-veglia;
• i disturbi dell'arousal del sonno non-REM;
• i disturbo da incubi;
• il disturbo comportamentale del sonno REM;
• la sindrome delle gambe senza riposo;
• il disturbo del sonno indotto da sostanze/farmaci.

L'elemento comune a tutti questi disturbi è la presenza di un'alterazione della qualità o quantità del sonno.

I principali cambiamenti introdotti con la pubblicazione del DSM-5 sono stati la riduzione del numero dei disturbi non altrimenti specificati e l'inserimento in specifiche categorie diagnostiche.

Il disturbo da insonnia include le precedenti forme di insonnia primaria e secondaria.

Questo disturbo si caratterizza per la presenza di un periodo di almeno tre mesi con difficoltà ad iniziare o mantenere il sonno o per la presenza di risvegli precoci.

Tali difficoltà devono essere presenti per almeno 3 volte alla settimana, per almeno 3 mesi.

Sono stati inclusi gli specificatori per il decorso del disturbo, quali episodico (i sintomi durano per almeno 1 mese, ma meno di 3 mesi); cronico (i sintomi durano per almeno 3 mesi o più); ricorrente (due o più episodi nel corso di 1 anno).

Nel DSM-5 è stata distinta la narcolessia da tutte le altre forme di ipersonnolenza.

L'elemento diagnostico essenziale per formulare la diagnosi di narcolessia è costituito dalla presenza di basse concentrazioni di ipocretina nel liquor cefalorachidiano a cui bisogna associare una polisonnografia del sonno notturno che mostra una breve latenza del sonno REM.

Nell'ambito dei disturbi del sonno correlati alla respirazione, la maggiore conoscenza dei meccanismi patogenetici alla base delle apnee ha permesso di distinguere differenti forme cliniche quali: l'apnea/ipopnea ostruttiva del sonno; l'apnea centrale del sonno; l'ipoventilazione correlata al sonno.

Elemento essenziale per formulare la diagnosi è rappresentato dall'esame polisonnografico che permette di identificare la causa alla base dell'apnea notturna.


I disturbi circadiani del ritmo sonno-veglia sono caratterizzati da un'alterazione del ritmo circadiano.

Nel DSM-5 sono stati introdotti gli specificatori, tipo fase di sonno ritardata, tipo fase di sonno anticipata, tipo ritmo sonno-veglia irregolare, tipo ritmo sonno-veglia diverso dalle 24 ore, tipo lavoro con turni, per caratterizzare ciascuna forma clinica.

Inoltre, il disturbo da cambio di fusi orari (jet lag) è stato eliminato.

Le parasonnie sono caratterizzate da comportamenti anomali o da eventi fisiopatologici che si verificano durante specifici stadi del sonno o nei passaggi sonno-veglia.

Sono stati definiti diversi quadri clinici, quali: disturbi dell'arousal del sonno non-REM, caratterizzati da episodi di risvegli incompleti dal sonno con episodi di sonnambulismo, terrori nel sonno e successiva amnesia degli episodi; il disturbo da incubi, caratterizzato da episodi di sogni prolungati che implicano minacce per la sopravvivenza, al cui risveglio il soggetto è vigile; il disturbo comportamentale del sonno REM, con episodi di vocalizzazione o comportamenti motori complessi durante il sonno; la sindrome delle gambe senza riposo, caratterizzata dal bisogno di muovere gli arti inferiori, che peggiora di notte, deve essere presente per almeno 3 mesi, per 3 volte alla settimana.

Disegno e validazione di uno strumento diagnostico semplice e affidabile per la pratica clinica.


In accordo con la definizione dell'International Association for the Study of Pain (IASP) per “dolore neuropatico” si intende un qualsiasi dolore che comincia o è causato da una lesione primaria o da una disfunzione del Sistema Nervoso.

Il termine include, così, un'ampia gamma di condizioni cliniche difficili da trattare e la stessa definizione è stata per molto tempo oggetto di controversie.

Il primo punto di discussione è la parola “disfunzione”, considerata troppo vaga da molti medici perché include anche problematiche non associate alle lesioni.


A livello clinico il dolore neuropatico è caratterizzato generalmente da un'associazione di sintomi sensoriali non specifici positivi e negativi, ma ciò non può essere considerato un criterio diagnostico.

Generalmente la diagnosi delle lesioni nervose o somatiche si basano sulla storia medica, un esame fisico, elettromiografia e/o imaging.

Alcuni studi si sono proposti di comparare direttamente le caratteristiche del dolore associato ad una lesione neurologica con quelle legate ad altre lesioni somatiche ma le metodiche utilizzate non sono state in grado di determinare in modo semplice la specificità del dolore associato a un danno nervoso.
Un panel di esperti del French Neuropathic Pain Group ha cercato così di risolvere tale problema diagnostico con uno studio prospettico nche ha confrontato i pazienti con dolore cronico associato a danni neurologici o somatici al fine di identificare i sintomi preferenzialmente o selettivamente associati alle lesioni nervose.

Per questa analisi è stato realizzato e utilizzato un questionario definito neuropathic pain four questions (DN4) che include indicazioni sul dolore e informazioni legate alla valutazione del paziente a letto.

Il questionario è stato somministrato a 160 pazienti che riportavano dolori associati a lesioni somatiche o neurologiche definite.

Si è potuto così osservare che le cause più comuni delle lesioni nervose sono: lesione traumatica del nervo, nevralgia post-erpetica e dolore post-ictus.

I danni non neurologici, invece, sono rappresentati da osteoartriti, artropatie infiammatorie e lombalgia.


La struttura del questionario parte da una lista, stilata dagli esperti, di segni e sintomi associati ai dolori neuropatici.

Due macro-questioni (I e II) affrontate nel test DN4 sono basate sull’intervista al paziente da parte del medico e sono volte all’identificazione e alla descrizione del dolore e della parestesia/disestesia all’interno dell’area dolorante.

Gli altri due punti del questionario (III e IV) riflettono invece le valutazioni cliniche standard legate ai deficit sensoriali.

Ai fini della validazione di tale strumento ogni paziente coinvolto nello studio è stato visitato da due medici nel giro di 3 giorni che hanno posto la loro diagnosi indipendentemente l’uno dall’altro e sulla base delle valutazioni cliniche usuali.

Per ogni risposta positiva al questionario viene attribuito un punteggio di 1 e 0 per quelle negative.

Il punteggio totale è dato dalla somma dei valori delle risposte considerando come valore soglia per la diagnosi del dolore neuropatico un punteggio totale di 4/10.

Da questo studio è emerso che:

• i punti I e II mostrano delle differenze significative nella prevalenza delle caratteristiche sensoriali descritte tra dolore neuropatico e non-neuropatico
• i deficit sensoriali analizzati nei punti III e IV sono risultati più frequenti nel dolore di natura neuropatica rispetto a quello non-neuropatico
• le risposte al test non consentono di distinguere le lesioni periferiche da quelle centrali tranne che per le informazioni relative all’incremento del dolore da pressione, molto più frequente nei pazienti con una lesione periferica.


Il confronto sistematico tra pazienti con dolore neuropatico e quelli con dolore non-neuropatico ha evidenziato che diversi segni e sintomi sono significativamente più frequenti nei pazienti con una lesione neurologica, dimostrando un chiaro valore discriminante di questo tipo di analisi.

In particolare l’associazione di sintomi dolorosi e parestesia/disestesia ha un’alta specificità e un importante valore diagnostico.


Alcuni casi casi clinici ben descritti dagli autori hanno confermato la validità del questionario DN4, effettuato una volta stabilita la presenza di una neuropatia attraverso uno screening iniziale, al fine di stabilire una connessione tra questa e il dolore.

Per la diagnosi di dolore neuropatico i ricercatori hanno ritenuto opportuno somministrare il DN4, d’uso semplice ma con una accettabile accuratezza diagnostica, anche se di sensibilità limitata.

Ad ogni modo gli autori hann sottolineato la necessità di valutare accuratamente le informazioni che emergono dall’anamnesi e dall’esame clinico per escludere altre cause di dolore neuropatico.


La diagnosi e l’identificazione dei processi patologici alla base del dolore cronico richiedono, infatti, sempre un esame clinico e un’accurata valutazione sensoriale.

Il DN4 è un questionario sviluppato da Bouhassira e colleghi che utilizza sia descrittori verbali indicati dal paziente che segni neurologici rilevati dal medico.

Il questionario DN4 costituisce, dunque, un importante strumento diagnostico ossia un valido aiuto nella ricerca clinica e nella pratica medica giornaliera, considerando che è:


• semplice da utilizzare
• capace di stimare lo stato reale del fenomeno osservato
• sensibile, in grado di cogliere le variazioni d’intensità dell’evento considerato
• affidabile (preciso e riproducibile)


Grazie allo sviluppo e alla validazione di questo test è possibile affermare che una semplice combinazione di sintomi consente di distinguere un dolore associato ad un danno del sistema nervoso rispetto a quello legato a lesioni somatiche, probabilmente perché riflettono le differenze tra i meccanismi patologici alla base delle diverse condizioni.

Lunedì, 19 Giugno 2017 16:55

IL CUORE SI ARRESTA IN VOLO. LINEE GUIDA

Le linee guida degli Anestesti Europei insegnano come comportarsi e come intervenire in caso in cui un passeggero vada in arresto cardiaco.

I decessi in volo non sono per fortuna così frequenti se si considera il numero dei viaggiatori, tre miliardi solo l'anno scorso.

Su voli a breve raggio, ma anche su intercontinentali da più di dieci ore di durata.

L'arresto cardiaco non è un evento frequente, solo lo 0.3 % di tutti i malanni a bordo, ma quando capita, nell'86% dei casi il passeggero muore.

Il personale di bordo dovrebbe essere addestrato per la rianimazione cardiopolmonare( RCP ), ma non tutte le compagnie hanno il defibrillatore( AED ).

In genere si conta sulla presenza di un medico a bordo.

Applicando le 28 raccomandazioni delle linee guida si possono salvare il 50% di chi è colpito da arresto cardiaco in volo.

Si parte dall' addestramento del personale di bordo. Almeno due membri dell'equipaggio devono conoscere il BLSD( basic life support ed uso dell’AED ).

Bisogna dotare gli aerei di farmaci di emergenza, come l'adrenalina, di maschere laringee che sostituiscono l'intubazione tracheale che deve essere effettuata da personale medico, e che permettono la ventilazione.

Il pulsossimetro che permette, attraverso i capillari di un dito o dell'orecchio, di stimare la percentuale di ossigeno nel sangue. Anche di una pistola che permette di iniettare un farmaco per via interossea, quando non si ha disposizione la via venosa.

Importante anche la comunicazione ai passeggeri prima del decollo.

Le linee guida prevedono che, oltre alla istruzioni per evacuare l'aereo in caso di incidenti, vengano date informazioni sulla localizzazione dei kit di emergenza e dei defribrillatori.

Le linee guida prevedono che, nel caso di successo delle manovre salva vita, si debba atterrare in emergenza per far ricoverare il passeggero al più presto.

Bisogna considerare che l'intervento in aereo è in condizioni estreme e che la formazione del personale è fondamentale.

Le linee guida sono utili e possono salvare molte vite.

Inoltre rianimazione cardiopolmonare( RCP ) ed uso del defibrillatore ( AED  )hanno effetto temporaneo sulla crisi, quindi è importante scendere subito e trovare l'ambulanza di supporto vitale avanzato ( ACLS ) sulla pista.

Il tempo è il parametro fondamentale.

Una vita sessuale soddisfacente è essenziale per il ritorno alla vita di pazienti vittime di infarti, trombosi coronarica o che hanno subito interventi cardiochirurgici.

Spesso capita che si presentino difficoltà o, in casi estremi, l’impossibilità di riprendere l’attività sessuale desiderata, causando nel paziente (sia uomo che donna) paura, frustrazione e inevitabili conflitti coniugali.


Studi condotti dall’American Heart Association dimostrano la necessità del paziente di ricevere informazioni riguardo al funzionamento e alla ripresa dell’attività sessuale dopo infarto, angina, interventi di bypass o di malformazioni congenite, o in presenza di insufficienza cardiaca.

Essi chiedono se è possibile una vita sessuale dopo un evento cardiaco perché spesso le coppie credono che a seguito della malattia o dell’intervento la loro sessualità sia destinata a finire.

Questa preoccupazione deriva dal fatto che spesso i pazienti cardiologici, sia maschi che femmine, soffrono di disfunzioni sessuali, determinate sia da patologie associate all’evento cardiaco come diabete mellito, ipertensione, insufficienza cardiaca, ansia e depressione, che dall’assunzione di farmaci necessari per il sistema cardiovascolare: antiipertensivi, tranquillanti, antidepressivi, farmaci che controllano le aritmie e l’angina pectoris, betabloccanti e diuretici.

Questi farmaci possono causare nell’uomo deficit erettivo e problemi di eiaculazione, mentre nella donna possono portare secchezza vaginale, con conseguente possibilità di sviluppare la dispareunia (dolore nel rapporto), mancanza di orgasmo o difficoltà nel raggiungere e mantenere l’eccitazione.

Oltre alle patologie organiche e ai farmaci tra le cause delle disfunzioni sessuali vengono riscontrati anche i fattori psicologici.

I blocchi maggiori nascono da paura e depressione: per i pazienti vittime di infarto o angina c’è il timore di avere un attacco, anche fatale, durante il coito, mentre l’ospedalizzazione, la sensazione di sentirsi fragili e in pericolo di vita tendono a far sviluppare patologie depressive.


La consulenza sessuale in presenza di patologie cardiovascolari o durante la fase di recupero a seguito di interventi cardiochirurgici è una tappa fondamentale che consente sia al paziente che al partner di riprendere in maniera serena e corretta l’attività sessuale.


E’ stato rilevato come chi ha subito un intervento chirurgico, per bypass o malformazioni congenite, presenta meno paura a riprendere l’attività sessuale rispetto a un paziente vittima di infarto.

Il primo percepirà l’intervento come la correzione di un difetto rischioso per la vita, e quindi tenderà a riprendere in maniera autonoma e senza timore l’attività sessuale, mentre il secondo avrà timore che l’acuto si ripresenti, magari proprio durante il coito, sviluppando un forte blocco psicologico.


In questi casi è necessario un lavoro di équipe, dove cardiologo (o cardiochirurgo) e neuropsichiatra dovranno creare un percorso ad hoc, sia psicosessuale che medico, per ogni paziente, tenendo conto del tipo di malattia cardiaca o di intervento subito, del contesto relazionale e delle aspettative sessuali personali e di coppia, fornendo sostegno nella riconquista dei rispettivi ruoli sessuali da una parte e della riscoperta del piacere e dello stare insieme in un modo nuovo dall’altra.

Capita spesso che la donna non riconosca più nel marito colpito da malattia cardiovascolare una figura forte e protettiva, sviluppando in tal modo un’incertezza emotiva e sessuale.

Di contro l’uomo percepirà la donna come meno attraente e fragile, con il conseguente blocco delle avances nei suoi confronti.

Dal punto di vista pratico è molto importante suggerire le posizioni più adatte perché i soggetti che hanno subito sternotomia (taglio e divaricazione dello sterno) per alcune settimane a seguire non possono in alcun modo sforzare la muscolatura e l’ossatura del petto. In questo caso per consentire al paziente cardiologico di fare meno sforzo possibile, anche in caso di infarto o angina, si suggerirà di evitare tutte quelle posizioni che prevedono il paziente sopra (es. missionario), suggerendo di optare per posizioni sedute e supine, o di invertire i ruoli, facendo posizionare il partner sano sopra.

Nei casi più gravi, in cui l’attività sessuale è bandita a causa di una seria compromissione cardiaca, la sfida sarà quella di costruire una nuova sfera intima basata sul “toccare”: baci, carezze, abbracci, contatto fisico. Sessualità è anche questo.

I possibili danni alla salute dovuti all’abuso della tecnologia sono spesso sotto il mirino dei ricercatori. Utimamente  a preoccupare è una nuova sindrome, quella del “text neck”, e a parlarne su Spine Journal è un gruppo di neurochirurghi spinali americani.

La nuova sindrome


Consiste in un insieme di sintomi e fastidi provocati dal guardare il display del tablet o dello smartphone continuamente e per un lungo periodo di tempo, mantenendo posizioni scorrette e nocive alla colonna vertebrale. In altri termini, un numero crescente di pazienti, in particolare giovani che non dovrebbero ancora avere problemi alla schiena e al collo, stanno invece segnalando dolori sia dovuti ad ernie del disco che a problemi di allineamento vertebrale della colonna.

Lo conferma un neurochirurgo spinale al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles che segnala delle anomalie radiografiche della colonna con inversione delle curve fisiologiche dovute al troppo uso dello smartphone.

Si tratta di giovani pazienti che quando arrivano all’osservazione del chirurgo spinale hanno già forti dolori e problemi ai dischi vertebrali.

“La vera preoccupazione è che non si sa che cosa questo comporterà nel lungo termine per i ragazzi di oggi che usano i telefonini per tutto il giorno”.

L’effetto peggiora “da seduti”


Gli autori dell’articolo hanno spiegato che le persone spesso guardano dall’alto in basso quando utilizzano i loro smartphone, in particolare quando inviano un sms o durante la navigazione online o quando guardano un video.

Precedenti studi hanno anche scoperto che durante queste attività con lo smartphone alcune persone tengono il collo a circa 45 gradi, e il tutto peggiora quando si siedono.

L’impatto sulla colonna dorsale aumenta alle posizioni flesse più elevate. Mentre in una posizione neutra in attesa, la testa pesa circa da 4,5 a 5,4 Kg quando ci si piega di 15 gradi, la testa peserà circa 27 chili.

Lo stress sulla colonna vertebrale aumenta gradualmente e a 60 gradi, è di 60 chili.

Gli adulti del domani

Secondo gli esperti i bambini che oggi hanno 8 anni e che sono già utenti assidui di dispositivi elettronici probabilmente avranno necessità di essere sottoposti ad un intervento chirurgico sulla colonna già a 28 anni. Si tratta di giovani che ancora non hanno completato lo sviluppo della colonna e questo preoccupa non poco i neurochirurghi.

Gli esperti spiegano cosa fare


Gli autori suggeriscono dei semplici cambiamenti nello stile di vita per alleviare lo stress dovuto alla postura ‘text-neck’.

Si consiglia di tenere i telefoni cellulari davanti al volto, o all’altezza degli occhi, mentre si sta guardando il display e di usare due mani e i due pollici per creare una posizione più simmetrica e confortevole per la colonna vertebrale.

Al di là di utilizzo dello smartphone, i chirurghi spinali raccomandano che le persone che lavorano con un computer o sul tablet utilizzino un supporto del monitor elevato in modo che stiano seduti a livello degli occhi, il supporto dovrebbe essere orizzontale e chiaro.

Con i computer portatili, si consiglia un adattamento simile, utilizzando una tastiera e un mouse separato in modo che il computer portatile possa essere a livello degli occhi e comunque creare una buona posizione ergonomica durante la digitazione.

Infine i ricercatori consigliano degli esercizi di stretching ed altri esercizi di base che si concentrano sulla postura per tenere sotto controllo la colonna. Aggiungono di sdraiarsi sul letto estendendo il collo all’indietro per ripristinare l’arco normale nel collo.

Mentre nella posizione seduta, raccomandano l’allineamento del collo e della colonna vertebrale verificando che le orecchie siano diritte sopra le spalle e le spalle stiano sempre sopra i fianchi.

“Il problema della protezione cerebrale dopo una rianimazione cardiaca è stato per molti anni un argomento caldo della letteratura accademica”.

 

Le linee guida

 

Partendo da questa premessa, i ricercatori americani, hanno preso in esame le evidenze riguardanti il raffreddamento corporeo dopo arresto cardiaco pubblicate dal 1966 fino all’agosto 2016.

Sulla base dei risultati di due ampi studi, viene consigliata l’ipotermia terapeutica per 24 ore, in una forbice che va dai 32 ai 34 gradi C .

Le nuove linee guida, pubblicate online su Neurology, dicono anche che è ugualmente efficace raffreddare  il corpo fino a 36 gradi C per 24 ore, riscaldarlo successivamente a 37° C e poi mantenere la temperatura corporea a 37,5 gradi C.

“L’aumento della temperatura corporea per 24 ore dopo l’arresto cardiaco dovrebbe essere cosniderato lo standard di cura perché migliora gli esiti neurologici”.

L’American Academy of Neurology suggerisce ai familiari dei pazienti che non rispondono dopo l’arresto cardiaco a informarsi sul trattamento e, se necessario, trasferire il paziente in una struttura che impiegherà l’ ipotermia terapeutica.

I ricercatori  hanno evidenziato come ci sia un sottoutilizzo di questa strategia terapeutica negli Stati Uniti e come sia necessario creare consapevolezza tra l’opinione pubblica sul fatto che si tratta di una terapia che funziona.

Individuare e trattare i disturbi del linguaggio perchè possono degenerare in difficoltà di apprendimento.

Il linguaggio è un elemento centrale del funzionamento neuropsicologico del bambino.

Per questo è necessario intervenire precocemente su eventuali disturbi per evitare ripercussioni sullo sviluppo cognito e relazionale e sulle capacità i apprendimento.

Centrale è il ruolo del logopedista che, insieme al neuropsichiatra infantile, diagnostica questi disturbi e definisce la terapia.

Il lavoro  deve iniziare prima che emerga il linguaggio, per valutare eventuali deficit, capirne la causa ed intervenire prima possibile perché quelli del linguaggio sono un segnale importante di altri disturbi.

Un approccio che emerge anche dal DSM –V, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, che inserisce il disturbo del linguaggio nell’ambito dei disturbi della comunicazione.

Una definizione che racchiude cose diverse come difficoltà a produrre suoni, ad utilizzare e comprendere le parole e costruire una frase, oppure relative all’uso ella lingua, alla comunicazione pragmatica, o difficoltà a seguire una conversazione o modulare i propri messaggi in modo appropriato al contesto.

Dalla ricerca emerge sempre più chiaramente il collegamento tra competenze linguistiche, memoria visiva e capacità di movimento.

Si sa che lo sviluppo comunicativo richiede uno sviluppo motorio adeguato, controllare i movimenti della testa  del busto e poi gattonare e camminare.

Per questo è importante intervenire intorno ai due anni, senza ascoltare chi dice che il bambino prima o poi parlerà.

Molti disturbi si risolvono da soli, quelli del linguaggio riguardano il 5 – 7 % in età prescolare, ma solo il 2 – 3 % in età scolare.

Quando si evidenzia un ritardo è opportuno intervenire.

Lo sviluppo del linguaggio ha una certa variabilità fisiologica, ma esistono delle tappe, ed è corretto intervenire se un bambino conosce pochi vocaboli o se a 30 mesi non articola una piccola frase.

Più di un terzo dei bambini che a due anni tardano a parlare, manifestano un disturbo del linguaggio.

In fase di diagnosi è importante capire se si tratta di un disturbo primario del linguaggio o deficit neurologico, sensoriale o cognitivo.

Individuato il problema si deve lavorare per trasmettere competenze ma soprattutto per rendere il bambino in grado di esprimersi non solo in terapia ma nella vita reale.

Le ultime ricerche disponibili confermano l’utilità della relazione con i coetanei e l’efficacia degli interventi proposti da genitori adeguatamente formati.

La collaborazione è indispensabile, il terapeuta si propone come modello linguistico per il bambino, ma è indispensabile creare un alleanza per aiutare il genitore a gestire le difficoltà del figlio.

La cosa più importante è la frequenza dell’interazione, per insegnare a parlare ad un bambino, particolarmente se ha difficoltà, bisogna parlarne.

Giovedì, 11 Maggio 2017 12:49

DISTURBO DISSOCIATIVO D' IDENTITA'

Il funzionamento cognitivo è caratterizzato dall'integrazione armonica tra varie attività come coscienza, affettività, senso-percezioni e funzioni mnesiche che, insieme con il senso di identità e unitarietà, definiscono la struttura di personalità del soggetto.

In condizioni patologiche, o in seguito all'esposizione ad eventi traumatici, si può verificare la perdita dell'integrazione di tali attività, definendosi il quadro clinico della "dissociazione".

La dissociazione può manifestarsi in maniera improvvisa o con un'insorgenza graduale e può avere un andamento cronico oppure rappresentare un evento transitorio e autolimitante.


Si definisce come dissociazione il meccanismo attraverso il quale specifiche strutture ideo-affettive - talvolta complesse e articolate in modo da definire una struttura di personalità - possono essere separate dalla principale struttura cosciente di personalità.


Recentemente, numerosi filoni di ricerca si sono concentrati nel valutare la relazione esistente tra dissociazione ed esposizione ad eventi traumatici.

In particolare, è stato evidenziato che le esperienze traumatiche hanno un impatto negativo sulla capacità di integrazione delle funzioni cognitive, determinando la comparsa del fenomeno della dissociazione, che si può manifestare con sintomi di depersonalizzazione, derealizzazione, o amnesia dissociativa.


Pertanto, il fenomeno della dissociazione rappresenta la conseguenza del fallimento delle funzioni integrative e organizzatrici della coscienza, definendo quadri clinici complessi come quello del disturbo dissociativo dell'identità.


Il concetto di "dissociazione" deve essere differenziato dalla condizione di dissociazione ideativa o ideo-affettiva che si verifica nel corso di disturbi dello spettro psicotico, in cui prevale la perdita dei nessi associativi delle idee, dal punto di vista della struttura formale del pensiero.


La dissociazione è considerata un fenomeno potenzialmente in grado di interessare qualsiasi area del funzionamento psicologico.

Nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), i fenomeni di dissociazione rappresentano l’elemento caratteristico di una categoria di disturbi definiti “Disturbi dissociativi”, in cui sono inclusi il disturbo dissociativo dell’identità (DDI), l’amnesia dissociativa, il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione, il disturbo dissociativo con altra specificazione e il disturbo dissociativo senza specificazione.


Il disturbo dissociativo dell’identità (DDI), che ha sostituito il precedente “disturbo da personalità multiple”, si caratterizza per una disgregazione dell’identità che dà origine nello stesso individuo a due o più identità (o stati di personalità distinti).

Il sintomo caratteristico è rappresentato dall’amnesia dissociativa, cioè l’incapacità di ricordare informazioni personali e/o eventi traumatici importanti, che non è riconducibile a una semplice dimenticanza.

I disturbi dissociativi sono stati ritenuti per molto tempo un artefatto diagnostico o condizioni molto rare da poter identificare nella popolazione generale.

Secondo recenti stime, invece, il fenomeno della dissociazione ha una prevalenza del 2-10% della popolazione generale, mentre il disturbo dissociativo dell’identità ha una prevalenza molto minore, compresa tra 0,01 e 1%.


Di fondamentale rilevanza è il legame esistente tra il trauma e la dissociazione, che evidenzia il ruolo centrale dell’evento traumatico, sia esso di natura fisica, psichica o ambientale, nel produrre il fenomeno dissociativo.